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Giornata del rifugiato, il Sai di Santa Paolina e la sfida dell’accoglienza

di Ranieri  Popoli

“Che SAI !?” è il gioco di parole che ha originato il titolo dell’interessante convegno svoltosi sabato scorso in occasione della  “Giornata internazionale del rifugiato” , promosso da Comune di Santa Paolina, Consorzio “Sale della Terra”, Sistema Accoglienza Integrazione”, Rete “Piccoli comuni Welcome” . A questo forum hanno preso parte i relatori  che a vario titolo rappresentano questo mondo di associazionismo e istituzioni che si sono resi protagonisti di una significativa iniziativa di solidarietà e integrazione di cui si riportano le sintesi dei loro interventi, che per facilità di lettura sono riproposti  sotto forma di intervista collettiva.

Iniziamo con Angelo Di Marzo, Presidente e anima del SAI locale, al quale chiediamo qualche informazione più circostanziata rispetto a questo contesto non compiutamente conosciuto dall’opinione pubblica.

Partiamo dai numeri che più di tante parole ci offrono il quadro generale nel quale si collocano in Italia  queste esperienze che sono ben 1968, e di queste oltre 1100 realizzate in comuni come Santa Paolina, ovvero al di sotto dei 5000 abitanti, per un totale di beneficiari accolti di oltre 50.000 unità, di cui oltre 18.000 inseritesi successivamente sul territorio nazionale.

E i numeri organizzativi quali sono?

Gli operatori coinvolti sono circa 25.000. Il progetto è in capo al Ministero dell’Interno, mentre il soggetto gestore  è l’ente locale al quale non sempre vengono riconosciuti i meriti per l’impegno profuso in quanto, come nel caso di Santa Paolina, sono loro che si sono fatti promotori dell’iniziativa assumendosi una serie di responsabilità determinanti per la realizzazione del programma di solidarietà.

Come sta procedendo questa esperienza?

Noi siamo partiti nel 2017. Di recente abbiamo esteso ulteriormente il progetto di accoglienza per cui ci stiamo attrezzando per corrispondere a questa esigenza tenendo presente che in diversi casi abbiamo riscontrato la volontà degli ospitati di restare nel paese e viverci.  Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti ma è del tutto evidente che ci attendono nuove e impegnative sfide.

E’ la volta di Rino Ricciardelli, Sindaco di Santa Paolina, da sempre impegnato nel realizzare politiche di solidarietà e di sensibilizzazione sociale nella sua comunità e nel territorio della Valle del Sabato.

Le politiche di accoglienza e di integrazione costituiscono un tratto identitario della nostra azione di governo locale per cui abbiamo sempre ricercato delle forme di attuazione serie e fattive e la concreta collaborazione con la Rete de “Il sale della Terra”, guidata dall’apprezzato Angelo Moretti lo dimostra in modo inconfutabile considerato che lavoriamo insieme a questo progetto oramai da ben otto anni. Un percorso che ha visto realizzare non solo importanti azioni di accoglienza ma anche di completa integrazione visto che diverse famiglie alla conclusione del progetto “SAI” hanno scelto di restare a Santa Paolina con le loro famiglie. Un risultato che è stato possibile raggiungere grazie anche al prezioso lavoro quotidiano svolto dagli operatori e dalle operatrici della struttura che hanno contribuito a plasmare culture lontane e diverse in uno straordinario esempio di convivenza e contaminazione umana e culturale.

Sindaco, una politica “estera”, ovvero di orientamento di principi e valori universali che si è estesa anche alle cruente situazioni in atto sullo scenario geo-politico internazionale. Un modo, per certi aspetti anche coraggioso, per non cadere nella tentazione municipalista ed  essere parte attiva delle problematiche universali.

Proprio così. Negli ultimi Consigli comunali abbiamo deliberato il riconoscimento dello Stato della Palestina e abbiamo manifestato la nostra contrarietà al pericoloso e dispendioso processo di riarmo in corso in Italia e nell’intero Occidente. Una tendenza  che si discosta dalla più saggia via della ricerca della pace e del ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Senza tralasciare l’esigenza di affrontare le problematiche di prossimità di una comunità locale riteniamo doveroso per un’Amministrazione comunale non estraniarsi e fare, nel proprio ambito di competenza, piccoli ma significativi atti in questa direzione.

Angelo Moretti è il Presidente della Rete associativa “Il sale della Terra” nonché tra i promotori del progetto alternativo “I comuni Welcome”. All’apprezzato dirigente chiediamo cosa ha significato l’esperienza di Santa Paolina nel panorama più generale di questo movimento di operosità solidale che in qualche modo ha contribuito a riscrivere la grammatica della cultura dell’accoglienza i questi territori?

Essersi ritrovati dopo otto anni nella piazza di Santa Paolina è stata non solo una grande emozione ma anche un momento che ha confermato che un’esperienza è diventata un cammino, percorso comune, cosa che ci autorizza ad affermare che ci troviamo di fronte a un’iniziativa,  come altre diffuse nel territorio italiano, nella quale emerge il meglio della forma dello Stato italiano in quanto tiene insieme in modo fecondo le sue istituzioni e le comunità, ovvero i suoi cittadini. Ecco perché questa di Santa Paolina è una narrazione buona, quella che non ci fa dire delle cose che puntualmente non funzionano in Italia ma che, invece, ha funzionato bene.

Un modo diverso di concepire e realizzare politica?

Noi questa l’abbiamo chiamata buona politica, quella del “Welcome” cioè di quando otto anni fa abbiamo iniziato a mettere in piedi una rete di esperienze solidali che fossero capaci anche di lanciare un messaggio diverso, di rottura,  perché nel nostro Paese il Walfare,  ovvero le politiche di protezione sociale,  lo si pensa di realizzare sempre attraverso delle strutture circoscritte , delle segregazioni identitarie, come  i centri per anziani, i centri per i migranti, i centri per i disabili e via dicendo.

E’ inutile nasconderlo ma le politiche di accoglienza e integrazione nel nostro Paese mostrano ancora un contesto di non completa adesione  e lo dimostra in qualche modo lo stesso recente risultato referendario riguardante il riconoscimento della cittadinanza agli stranieri residenti in Italia. Probabilmente manca ancora un sentire comune tra istituzioni, realtà territoriali ed esperienze di welfare, anche se la crescita di queste esperienze sta contribuendo a formare una diversa percezione e una nuova sensibilità rispetto a questa complessa problematica.

Quando diversi anni fa abbiamo assistito a un grande afflusso di migranti in tutta Europa la risposta nel nostro Paese fu quella di accoglierla in grandi casermoni con immaginabili conseguenze sul piano della tutela sanitaria e del mantenimento della tranquillità sociale, addossando ingiustamente tali responsabilità sui comuni accusati di insensibilità umanitaria, se non di razzismo. Ma non era così perché i comuni si opponevano a quel modello disumano e inefficace e chiedevano una strada diversa, come quella, appunto, poi maturata con gli SPRAR e ora con i SAI. Con il modello “Welcome” siamo passati dalla centralità della prestazione a quello della relazione, che produce accoglienza e integrazione e reciprocità e  non separazione e unilateralità.

Possono trovare una certa sinergia questi modelli di integrazione e la difficile battaglia per rallentare quantomeno il processo di spopolamento e ipotizzare una qualche risposta al recupero delle aree rurali interne?

In queste realtà il problema vero che preoccupa il loro futuro non è la pervasività dell’immigrazione ma, appunto,  l’inarrestabile processo di spopolamento in corso che sta destrutturando la vita di queste piccole e preziose comunità. In un’epoca di rincorsa alle fonti naturali di energia rinnovabile la prima e più preziosa di esse non è il fotovoltaico o l’eolico ma la relazione umana la capacità, cioè, di creare reciprocità, sinergia e di spezzare la ragnatela dell’isolamento prima mentale e poi antropico. Il sistema Welcome è proprio questo in quanto non riguarda solo un ambito, come quello dei migranti, ma il modello di resilienza di sviluppo delle nostre realtà interne.

Don Vitaliano, parroco di Mercogliano, personaggio conosciuto anche al di fuori dell’Italia per le sue coraggiose iniziative a difesa dei diritti umani e a sostegno di politiche di solidarietà e inclusione non nasconde la propria soddisfazione nel vedere alternarsi al microfono gli e le ospiti che lasciano al pubblico una narrazione commovente e riconoscente rispetto a questa esperienza che li vede protagonisti.

Noi dovremmo trovare il modo per far fare rumore anche alla foresta che cresce, perché occorre che anche il bene che realizziamo non sia recintato da una coltre di silenzio. La grandezza e l’originalità di esperienze piccole ma significative, come quelle di Santa Paolina, stanno nel fatto che mettono allo scoperto l’ipocrisia di chi dice che siamo di fronte all’invasione dei migranti, che sono tutti delinquenti e via dicendo con altre fandonie.  D’altronde il Ministro dell’Interno Piantedosi sta a pochi km di qui, essendo di Pietrastornina, per cui potrebbe tranquillamente verificare di persona come sia fattibile un sistema di accoglienza solidale e inclusivo. I migranti sono esseri umani come noi e spesso la disperazione porta a commettere reati, come capita anche a tanti nostri connazionali.

 

Le migrazioni non sono solo un fenomeno italiano o europeo ma anche di altre paesi sensibili, come le Americhe, dove l’attualità politica sta riproponendo in modo preoccupante tale questione.

La battaglia per i diritti delle minoranze non è qualcosa che riguarda solo i migranti ma anche realtà etniche come i nativi delle terre americane, Sono stato diverse volte nella regione messicana del Chapas, abitata da popolazioni indios, le quali da anni si battono pacificamente per ottenere  una loro autonomia riconosciuta dalle istituzioni e che ha comportato non pochi problemi per ottenere questo traguardo. E l’elemento che ha caratterizzato questa loro lotta è stato il coraggio, il non voltarsi dall’altra parte credendo nei loro ideali e nelle loro aspirazioni. Da noi, invece, anche in un certo contesto, come dire, progressista, si stenta ad assumere certe posizioni di chiarezza sulla vicenda immigrazione in quanto si pensa sempre alla compensazione elettorale, che puntualmente non arriva, perché è giocoforza che tra l’originale e la fotocopia la gente sceglie la prima. Non si può affrontare un problema cosi serio con patemi d’animo continui ma avendo dei forti convincimenti altrimenti inconsapevolmente inseguiamo le ragioni della peggiore ideologia politica che fonda il suo essere sulla strumentalizzazione delle paure e sui pregiudizi. Ecco perché la foreste che cresce deve rivendicare quello che si fa, non temerlo di farlo conoscere. Oggi abbiamo quasi paura di pronunciare il termine accoglienza eppure come meridionali siamo stati un popolo accolto dovunque nel mondo in tempi passati. Noi allora scappavamo dalla povertà e non ce ne vergognavamo perché si cercava un mondo migliore per cui non capisco perché chi oggi scappa dalla fame e  dalla guerra debba vergognarsi. La povertà non è una condanna ma semplicemente una situazione rispetto alla quale si ha il diritto e il dovere di allontanarsi.

Mohammed Matar è un mediatore culturale e collabora con il progetto SAI di Santa Paolina, palestinese, originario della Striscia di Gaza. Un punto di vista particolare non solo per la sua drammatica attualità ma anche per la visione storica delle complesse dinamiche geopolitiche internazionali e occidentali in particolare.

Si, grazie, inizio proprio dal contesto storico creatosi a seguito della Seconda Guerra mondiale e del processo di colonizzazione occidentale avviato verso la metà del diciannovesimo secolo. Pensate a un paese come l’Algeria che ha conosciuto cento anni di dominazione straniera ma che nonostante i suoi due milioni di martiri alla fine ha conquistato la sua libertà. Ecco che diventa importante anche il linguaggio perché chi si ribella a una dominazione non è un terrorista ma un patriota, altrimenti dovremmo dire che gli scugnizzi delle Quattro giornate di Napoli non sono più eroi ma banditi. Per la Palestina, la Siria, l’Iraq la macchina della guerra cerca solo di appropriarsi delle risorse di questi paesi che stanno perdendo ogni giorno la migliore gioventù sia nei conflitti sia perché costretti a fuggire.

E tu come vedi questa esperienza di Santa Paolina? Che significato assume rispetto alle prospettive delle relazioni umane e politiche da costruire in questo sempre più caldo e complicato Mediterraneo?

L’esperienza del SAI è fondamentale ed è giusto riconoscere agli operatori, ai dirigenti, ai comuni il merito di avere costruito questo progetto di accoglienza. Ma per fortuna le mani sono due e l’altra è data proprio da questa meravigliosa popolazione che ci ha accolto ma dà anche lavoro, dà la dignità perché non li tollera solo ma li accetta e li coinvolge rispettando la loro diversità culturale, aprendosi a un confronto e a una contaminazione. Grazie a queste relazioni scopriamo il loro mondo, i loro usi, i loro costumi, le loro abitudini alimentari: è la rivelazione di una civiltà. Prima occorreva andare all’Orientale di Napoli oppure a centri di studi linguistici specializzati per sapere tutto questo. Oggi è quel mondo che entra in noi, qui, anche in queste aree interne e rurali. E io con il mio ruolo di mediatore culturale mi sento sempre più motivato nel sostenere questa originale esperienza che va incoraggiata e ancor di più sviluppata.

Per la cronaca la Giornata è proseguita con  l’inaugurazione della Casetta del Libro, costruita dagli ospiti in memoria della giovane collaboratrice, l’ insegnante di italiano Adele Zotti, una brava e amata docente che ha dato l’anima per questo progetto e che ha lasciato un segno indelebile nel cuore dei beneficiari  e della stessa comunità di Santa Paolina. Ha fatto seguito in Piazza IV Novembre la degustazione di un ricco e apprezzato buffet multietnico preparato dalle ospiti  e il concerto del cantante Jovine.

Non solo un significativo evento ma un importante momento di civiltà quello realizzato a Santa Paolina, prezioso per veicolare le ragioni e i sentimenti di una causa di solidarietà ma soprattutto di una visione del  mondo di nuova umanità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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