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Questa settimana l’UNICEF ci informa che dall’inizio della guerra quasi due terzi dei bambini ucraini (4,8 milioni su 7,5 milioni) sono stati sfollati: “Sono stati costretti a lasciarsi tutto alle spalle: le loro case, le loro scuole e spesso i loro familiari. I bambini non accompagnati sono esposti a maggiori rischi di violenza, abuso, sfruttamento e tratta. Anche le donne affrontano rischi di questo tipo”, Scrive Manuel Fontaine, Direttore Programmi dell’Unicef. Sempre i numeri dicono che da quando Putin ha dato avvio all’invasione dell’Ucraina, almeno 186 bambini sono stati uccisi dalle truppe russe e 344 feriti. Conclude il Direttore UNICEF: “chiedo a tutti coloro che hanno il potere di porre fine a questa guerra di usarlo. Le vite e il futuro di milioni di bambini sono in bilico. Ogni giorno che la guerra continua è un giorno di sofferenza in più per i bambini. I bambini dell’Ucraina non possono permettersi di aspettare”.

Un appello decisamente inascoltato da coloro che hanno il potere di porre fine alla guerra, dal momento che ogni discorso di trattativa o negoziato è scomparso dai radar della politica. Dal cosmodromo di Yurii Gagarin Putin ci ha informato che i negoziati sono in un vicolo cieco e la Russia insiste nella realizzazione dei suoi piani «stiamo aiutando le persone, salviamo le loro vite nel Donbass come ci eravamo ripromessi; al contempo lavoriamo per garantire sicurezza alla Russia». Tutte le fonti di informazione sono concordi che la Russia stia riorganizzando le sue forze per lanciare una massiccia offensiva nella regione del Donbass, mentre gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO stanno effettuando massicce forniture  di armi, sempre più sofisticate, per consentire all’Ucraina di sconfiggere la Russia in una guerra destinata (secondo Biden e Stoltenberg) a durare mesi, se non anni. Neanche Pasqua suggerisce una tregua ai belligeranti, anzi l’Ucraina censura anche la via Crucis celebrata dal Papa al Colosseo, considerando inaccettabile che la croce sia portata da una donna russa e da una donna ucraina insieme. Insomma la Chiesa deve abbandonare il Vangelo perché è inopportuno parlare di riconciliazione e di pace in tempo di guerra. La guerra non si combatte solo con le armi, da noi si combatte con le parole della politica e dei media. Così l’ANPI, Associazione italiana dei partigiani, colpevole di non essersi accodata al coro bellico, viene tradotta dal Corriere della Sera in Associazione Nazionale Putiniani d’Italia. L’ANPI è fastidiosa perché tramanda il patrimonio morale della resistenza. Ci ricorda il ripudio della guerra, una petizione di principio che Galli della Loggia non sapeva se qualificarla “più bizzarra o più patetica”, osservando sul primo numero di Limes (1993) che la norma sul ripudio della guerra: “cerca di cancellare il dato storico di ovvia evidenza che vede da sempre la guerra come il fuoco concettuale e pratico della politica internazionale (..) E’ come dire l’Italia ripudia l’esistenza dell’ossigeno”.

A cancellare queste reminiscenze fastidiose ci ha pensato il Senato che il 5 aprile ha dato il via libera, con un solo astenuto, all’istituzione il 26 gennaio della Giornata nazionale dedicata alla memoria e al sacrificio degli alpini.  L’intento è di celebrarla ogni anno in ricordo dell’eroismo dimostrato dal corpo d’armata nella battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio 1943, durante la seconda guerra mondiale. Facendosi scudo del Corpo degli Alpini, sostanzialmente si vuole celebrare l’avventura dal corpo di spedizione italiano inviato in Russia da Mussolini per sostenere l’aggressione della Germania nazista contro l’Unione sovietica.   Contestualmente la giornata si propone di “promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano.” In realtà in Italia una giornata della memoria ce l’avevamo già, anzi due (l’olocausto e le foibe) e non si sentiva il bisogno di istituirne un’altra. Il 20 luglio del 2000 fu approvata una legge che istituiva il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.” Questa giornata si proponeva di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, affinchè simili eventi non possano mai più accadere”. Adesso questa memoria è stata cancellata e sostituita da un’altra memoria. La Repubblica celebra un evento opposto alla liberazione di Auschwitz e introduce una sorta di santificazione del sovranismo, cioè di una impostazione politico-culturale antitetica ai valori della Resistenza e più consona all’avvenuto sdoganamento della guerra, che non è più un tabù. Scriveva Milan Kundera: “Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato!”

E’ proprio quello che sta succedendo in Italia!

di Domenico Gallo

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