E’ un invito a riscoprire la dimensione missionaria nella vita quotidiana quello che arriva dalla diocesi di Ariano in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. Una giornata in programma domenica 18 ottobre, che assume quest’anno, spiega il vescovo Sergio Melillo, “un significato particolare: ricorrono cento anni dalla sua istituzione, voluta da Papa Pio XI nel 1926. Il tema scelto da Papa Leone XIV, «Uno in Cristo, uniti nella missione», ci richiama al cuore della vita cristiana: la missione nasce dall’incontro con Cristo e dalla gioia di condividere con gli altri ciò che abbiamo ricevuto. Gesù, alla vigilia della sua Passione, prega il Padre: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). L’unità dei discepoli non è ripiegamento su sé stessi, ma comunione che si apre e diventa testimonianza, perché il mondo possa credere. Essere uno in Cristo significa riconoscerci parte di un unico popolo e sentirci insieme responsabili dell’annuncio del Vangelo. Oggi abbiamo bisogno di riscoprire questa dimensione missionaria della vita cristiana. La missione non riguarda soltanto chi lascia la propria terra per portare il Vangelo in Paesi lontani. Essa appartiene alla vocazione di ogni battezzato e si realizza anche tra la gente, nei luoghi nei quali si svolge la nostra esistenza. C’è una missione che passa per le nostre strade, entra nelle case, incontra le famiglie, raggiunge chi lavora, chi studia, chi soffre, chi è solo. Una missione capace di fermarsi ad ascoltare le domande delle persone, anche di quanti sembrano lontani dalla fede o non varcano più la soglia delle nostre chiese”.
Melillo ricorda come “Il Vangelo chiede di essere portato là dove la gente vive. Non possiamo aspettare soltanto che gli altri vengano a noi. Siamo chiamati ad andare incontro, a creare occasioni di dialogo, a condividere gioie e fatiche, perché la fede diventi presenza credibile e segno di speranza. Annunciare il Vangelo significa rendere riconoscibile, attraverso la nostra vita, la buona notizia di un Dio che ama, perdona, rialza e non abbandona nessuno. È missione la parola che consola, l’ascolto offerto senza fretta, la vicinanza a una famiglia in difficoltà, l’attenzione a un giovane che cerca il proprio futuro, la cura di un anziano, l’accoglienza di chi arriva da lontano. Ma è missione anche avere il coraggio, quando se ne presenta l’occasione, di dare ragione della speranza che è in noi e di pronunciare con semplicità il nome di Gesù. La testimonianza cristiana, infatti, non può rinunciare all’annuncio. I gesti preparano la parola e la parola illumina i gesti: entrambi conducono all’incontro con Cristo. La Giornata Missionaria ci invita, nello stesso tempo, ad allargare il cuore e losguardo alle Chiese più povere del mondo. Comunità spesso piccole e prive di mezzi, talvolta provate dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame o dall’isolamento, continuano a custodire e ad annunciare il Vangelo con una fede che interpella anche noi. Sentirle vicine significa riconoscere che apparteniamo alla stessa Chiesa. Le loro sofferenze non possono esserci estranee, così come la loro fede, la loro speranza e la loro testimonianza costituiscono un dono anche per noi”
Melillo ricorda come “La prossimità missionaria nasce da questa comunione e si esprime nella preghiera, nella condivisione concreta, nel sostegno alle opere missionarie, ma anche nella disponibilità a lasciarci evangelizzare dalla loro essenzialità, dalla capacità di sperare e di affidarsi al Signore. Non si tratta, dunque, soltanto di aiutare comunità lontane, ma di camminare come Chiese sorelle, condividendo doni, fatiche e speranze. Nella missione nessuna Chiesa è così povera da non avere qualcosa da offrire e nessuna è così ricca da non avere qualcosa da ricevere. In questa prospettiva desidero richiamare il significato della colletta della Giornata Missionaria Mondiale. Le offerte raccolte in tutte le parrocchie e comunità ecclesiali in occasione di questa Giornata devono essere interamente destinate alle Pontificie Opere Missionarie, attraverso i canali diocesani, per confluire nel Fondo Universale di Solidarietà, con il quale la Chiesa sostiene, a nome del Santo Padre, le necessità dell’evangelizzazione e delle comunità cristiane nei territori di missione. Tali offerte non devono essere destinate ad altre iniziative o progetti missionari, anche se meritevoli di sostegno, per i quali potranno essere promosse raccolte distinte in altre occasioni. È importante custodire questa finalità universale della colletta, perché attraverso di essa ogni comunità partecipa concretamente alla sollecitudine della Chiesa per tutte le missioni, soprattutto per quelle più povere e meno conosciute. In un mondo segnato da guerre, divisioni e nuove solitudini, questa fraternità diventa essa stessa testimonianza del Vangelo e responsabilità di pace”.
Di qui la speranza che questa Giornata aiuti anche noi, “Chiesa di Ariano Irpino-Lacedonia, a interrogarci: dove e tra chi siamo chiamati oggi ad annunciare il Vangelo? Forse dobbiamo imparare nuovamente ad abitare i luoghi della vita quotidiana; incontrare senza giudicare chi si è allontanato; ascoltare le domande dei giovani; stare accanto alle famiglie; raggiungere le periferie umane e sociali presenti anche nei nostri piccoli centri. Non si tratta necessariamente di moltiplicare iniziative, ma di assumere uno stile missionario: uscire, incontrare, ascoltare, accompagnare e annunciare, con rispetto e semplicità, la speranza che viene da Cristo. Invito pertanto le nostre parrocchie a vivere questa Giornata non soltanto attraverso la necessaria solidarietà verso le missioni, ma anche come occasione per domandarci se le nostre comunità sanno ancora parlare al cuore delle persone e se ciascuno di noi sente la responsabilità di portare il Vangelo negli ambienti che ogni giorno abita. Affidiamo questo desiderio a Maria, Regina delle Missioni. Lei, dopo aver accolto la Parola, si mise in cammino verso Elisabetta. Insegni anche a noi a non trattenere per noi il dono ricevuto, ma a portarlo incontro agli altri. Il Signore renda la nostra Chiesa sempre più capace di camminare tra la gente, di ascoltarne le attese e riconoscerne le ferite, di sentirsi prossima alle Chiese più povere e, con umiltà e coraggio, di annunciare a tutti la gioia del Vangelo”.

