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Giovani violenti? Certo, ma… 

L’incalzare di episodi violenti, ad Avellino come in molte altre città, ad opera molto spesso di minori, individualmente o in piccole bande, ha sollevato (finalmente?) una certa attenzione verso la realtà di comportamenti giovanili a lungo incorporati nel bullismo scolastico. Con buona pace delle tante iniziative (e dei tanti soldi spesi) sul tema, nelle scuole e fuori da queste, il problema, se lo si vuole osservare, è molto più ampio e drammatico e chiama in causa soggetti, autorità, poteri, che a lungo se ne sono tenuti alla larga, facendo finta di non vedere e non sentire realtà e connessioni (tanto molti di questi soggetti non hanno età di voto, quindi ci se ne può disinteressare!). E’ un problema che, limitatamente ai giovani, se si ha il coraggio di ammetterlo, evoca anzitutto la crisi di rapporti che si vive quasi in ogni famiglia, indipendentemente dallo strato sociale, anzi. Accettato questo, sintomo di una disgregazione più ampia, c’è da evidenziare che anche solo una maggiore attenzione continua alle notizie fornite nel tempo dalla stampa, pure di per sé selettiva rispetto alle vicende, avrebbe fatto percepire che episodi di questo tipo si manifestano da tempo nella nostra società e che sono parte di un contesto più ampio nel quale si è venuta manifestando la violenza. Il riduzionismo attuato nei suoi confronti impedisce in gran parte una comprensione più sostanziale della violenza che è sotto i nostri occhi. Una attenzione diversa avrebbe fatto capire per tempo che il problema che la società ha di fronte non richiede solo un inasprimento dei processi di controllo (che magari in alcuni casi sarebbe anche auspicabile) ma dovrebbe spingere a una riflessione e una ulteriore attenzione alle sue origini come alle dinamiche che la riproducono e la moltiplicano. E questo è necessario prima di ogni magari affrettato intervento, teso più che a modificare il problema soprattutto a far percepire la propria presenza attiva.

D’altro canto se qualcuno pensa che il problema possa trovare soluzioni rapide si sbaglia; esso può rientrare come spesso è stato in una dimensione sommersa, ma ha caratteri che ne garantiscono la riproduzione. Per comodità analitica e per una evidente naturale ristrettezza dello spazio a disposizione, provo a mettere in fila alcune considerazioni, pur senza la pretesa di una loro esaustività, in una analisi che si presume sempre completa ma che rischia invece di essere riduttiva, anche da parte di chi scrive, e che ha bisogno di molti, molti altri interlocutori che ne siano parte in causa evidente. La memoria. Certo se riusciamo a isolare ogni episodio che si manifesta, staccando omicidi da suicidi, da aggressioni, partenze o fughe, violenze familiari, stupri, sfruttamenti di sessualità nei confronti di minori, pedofilie, videoviolenze, ecc., il ragionamento sembrerà ogni volta avere una sua conclusione coerente. Se invece la memoria riuscirà a vincere la tentazione (e la comodità giustificatrice) di isolare i singoli episodi, magari di volta in volta cancellando quelli precedenti, il risultato sarà diverso, evidenziando una trama di violenza che ha anzitutto il risultato di stupirci per la sua dimensione complessiva e l’eterogeneità dei suoi attori. L’accusa che sorgerà spontanea da questa mia riflessione è quella “ah, si vuole fare di ogni erba un fascio”; la risposta a questo è che solo tenendo presenti i vari caratteri ed episodi di un contesto si potrà ragionare su questo, indubbiamente separando processi da processi, ma provando a verificare se per caso all’origine di questi vi siano fattori comuni, che si esprimano ora in una direzione ora in un’altra, a seconda delle realtà dei territori, delle storie, dei soggetti coinvolti. Un approccio di questo tipo avrebbe il vantaggio di mettere in discussione malafede e ignoranza. Chi sono i protagonisti di questa violenza. Tornerò sul tema più generale ma per restare a quanto avviene tra i ragazzi in questi giorni, quelli della violenza, delle aggressioni e delle bande, delle pistole e di un linguaggio che di infantile non ha più nulla, quei ragazzi, ci piaccia o no, o dobbiamo pensare che siano tutti prodotti di famiglie mafiose o si deve accettare che sono anche nostri figli e nipoti, prodotti delle nostre scuole e famiglie, giovani cittadini di queste realtà ‘normali e tranquille’, per esempio come Avellino. E se per caso si volesse obiettare, ritengo che si potrebbe, pur senza ovvie identificazioni o correlazioni meccaniche, pensare anzitutto quanto il tessuto urbano, quello dove scorre la loro esistenza, al di là delle discoteche e dei pub, sia loro estraneo e contrapposto, luogo solo di adattamenti, e poi si tratterebbe di riflettere che forse sono gli artefici più giovani di futuri confitti tutti realizzati sempre più spesso (loro come i loro colleghi più adulti) per affetto o per il mantenimento della propria identità, della propria o di quella del proprio gruppo, o di quella che il proprio gruppo ritiene il soggetto debba mantenere e avere. E se per caso questo tema può non far piacere aggiungo che solo un meccanismo in molti casi autoassolutorio impedisce di riflettere sul fatto che la violenza si esprime in tanti modi, che ormai si respira quotidianamente nella nostra società, e che interiorizziamo da tempo e conviviamo con tracotanza, impunità, appropriazione, trionfo dell’individualismo, sopraffazione, indifferenza per le disuguaglianze e per la cosa pubblica, tramonto della solidarietà sociale, oblio del valore dell’onestà, non considerazione sostanziale della povertà come dell’abbandono scolastico, al nord come e tanto più nel sud, incitamento esasperato al consumo e all’accaparramento di beni. Tutti ‘ottimi’elementi di insegnamento per i più giovani che si affiancano, è bene non dimenticarlo, perché i giovani e i giovanissimi ne sono parte, a realtà nelle quali organizzazioni parallele che si sono impossessate progressivamente dei territori e che li controllano, sono spesso in grado di offrire anche a giovanissimi compensi economici e identitari, come anche, in diversi casi, occupazioni più o meno stabili. Quanto ciascuno di questi fattori viene predicato più o meno esplicitamente nella vita quotidiana? Quanto i modelli di questo divengono centrali nella vita di tanti privi di altre prospettive? Peraltro esempi molto qualificati sembrano ripetere ogni giorno che lo studio è abbastanza inutile mentre il senso della passione lo riecheggiano spesso invano quasi solo un pontefice con sempre più oppositori e qualche cantautore che la vita fa rapidamente dimenticare. Ma si pensa davvero che tutto questo sia solo un fattore di immagine rispetto alla vita degli individui, tanto più se giovani? Chi scrive non ha certo da proporre soluzioni, ma ha consapevolezza che in molti casi manca ormai il coraggio di una analisi coraggiosa della nostra società. Impegnati in una battaglia di lungo corso per l’inclusione o il contrasto dell’immigrazione, ci si è illusi che qualche raduno di giovani, ‘dall’aspetto ordinato’, più o meno pilotato nella sua organizzazione, rappresenti la gioventù e possa dare esempi e risposte a contesti molto più complessi e articolati, contraddittori, rispetto ai quali, il grande assente sembra la vita quotidiana dei giovani maschi e delle giovani femmine, di quelle donne giovani e giovanissime che hanno comunque in questi anni contribuito a riscrivere, anche in modo contraddittorio, e spesso pagando di persona, tanta parte della vita quotidiana.. Forse sarebbe ora di iniziare a parlarne.

di Raffaele Rauty edito dal Quotidiano del Sud

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