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Giuseppe Conte: fu vera leadership?

Appena imprudentemente esaltata dalla grande stampa, sempre alla ricerca di una nuova fonte a cui abbeverarsi, la leadership di Giuseppe Conte si è tristemente arenata in un Senato semivuoto, metafora implicita dell’incapacità di emergere con forza propria nel conflitto permanente tra i due veri padroni del governo, che dalla perenne lite fra di loro traggono legittimità pur se con dosi di consenso non equamente distribuite. Le comunicazioni al Parlamento sulle presunte trattative fra la Lega e il Cremlino e sulle ambigue trasferte moscovite di Salvini e dei suoi sodali potevano essere l’occasione per far emergere la figura del Presidente del Consiglio non solo quale garante dell’indirizzo politico del governo ma anche Capo in grado di richiamare all’ordine un ministro indisciplinato e imprudente e di imporre la sua linea all’intera compagine ministeriale; e invece anche grazie ad un discorso imbarazzato se non reticente hanno dato la misura di una persistente inadeguatezza, di un limite intrinseco che risulta ancor più preoccupante nelle attuali circostanze, che vedono l’Italia alla vigilia di importanti appuntamenti europei e internazionali, come la formazione della Commissione di Bruxelles e il completamento della nuova squadra del Fondo monetario internazionale che, com’è noto, ha fra i suoi compiti quello di monitorare i bilanci degli Stati.

A sostenere l’immagine pubblica di Giuseppe Conte attribuendogli responsabilità e doti di statista fino a ieri sconosciute, erano stati due mostri sacri del giornalismo italiano, Paolo Mieli e, ancor più, Eugenio Scalfari. Il primo, tracciando sul “Corriere della Sera” un bilancio della fase politica successiva alle elezioni europee, aveva descritto il Presidente del Consiglio come il “baricentro stabile in un Paese reso obiettivamente traballante dal risultato elettorale del 4 marzo 2018”. Il secondo, spingendosi ancora oltre, aveva addirittura visto in lui quasi una reincarnazione di Aldo Moro, indicandolo come “l’uomo del giorno”, capace di “creare un’Italia europea degna di poter essere positivamente valutata dai suoi alleati e soprattutto dai suoi abitanti”. Elogi suffragati da indici di gradimento lusinghieri per il Presidente del Consiglio, superiori a quelli riservati ai suoi due litigiosi vice. Il fatto è, però, che non sempre, anzi quasi mai, l’indice di gradimento è sinonimo di consenso elettorale; anzi, la recente storia italiana è costellata di meteore, protagonisti passati rapidamente da alti livelli di popolarità a bassissimi risultati in termini di voti. Il caso più recente è quello di Mario Monti, che solo grazie alla nomina a senatore a vita e alla frequentazione dell’Europa che conta è sopravvissuto al fallimento del partito cui aveva legato il suo destino politico; ma da Mario Segni a Tonino Di Pietro, da Angelino Alfano a Gianfranco Fini, sono innumerevoli gli esempi di carriere sfolgoranti, spentesi con la rapidità di un fuoco fatuo.

Pur se in un contesto “liquido” e instabile come quello attuale, insomma, in Italia una leadership può crescere e consolidarsi solo se sorretta da una ben radicata organizzazione territoriale e dalla rappresentanza di interessi concreti e diffusi.  Nell’assenza dichiarata di tali qualità, il Presidente Conte dovrebbe allora far tesoro dell’ammonimento recente del Capo dello Stato, secondo cui “le istituzioni di governo della nostra Repubblica hanno bisogno di un clima che, lungi dalla conflittualità, sia di fattiva collaborazione per poter assumere decisioni sollecite e tempestive”. Ma purtroppo l’assenza dall’aula del Senato dei parlamentari dei Cinque Stelle e lo sprezzante commento di Matteo Salvini (“Il discorso di Conte non mi interessa”) dimostrano quanto siamo lontani dall’obiettivo.

di Guido Bossa

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