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Giustizia e dintorni – Il diritto, tra la vita di un bambino e la morte di una donna

Un neonato viene ricoverato d’urgenza all’ospedale Giovanni Paolo II di Ragusa. È stato trasportato da alcuni poliziotti allertati dal commerciante che sostiene di averlo trovato davanti all’ingresso del suo negozio. I soccorritori lo rinvengono in una busta della spesa, con il cordone ombelicale ancora attaccato. È in condizioni critiche ma viene salvato e, poco dopo, affidato in pre-adozione dalla magistratura ad una coppia, che per i successivi tre anni lo ama e lo assiste.

Dopo qualche tempo si scopre che il commerciante è il papà naturale e che Miele (il nome di fantasia attribuito al bimbo) è nato da una relazione extraconiugale con una donna che, a sua volta, ne chiede la restituzione. Entrambi sono sottoposti a procedimento penale per abbandono di minore. L’uomo viene anche condannato a due anni di reclusione. La madre, invece, ancora imputata, ricorre ad altro giudice, sostenendo di non aver potuto esercitare i suoi, di diritti. La Cassazione ne condivide le ragioni e la Corte di Appello di Catania ordina alla coppia affidataria di ri-consegnarlo.

Dopo tre anni, un bambino – che ha già subito un rifiuto ed un abbandono cruento alla nascita – è costretto a lasciare tutte le sue certezze, il suo mondo, le braccia sicure e il calore di una mamma e di un papà – gli unici affetti che abbia conosciuto – per essere inserito in un contesto in cui tutto gli è estraneo, compresa la persona che dovrebbe iniziare a chiamare “mamma”. Incredulità, dolore e senso di smarrimento per un piccolo che cercherà coloro che ritiene giustamente i suoi genitori. E non li troverà.

All’altro capo dello Stivale, una paziente oncologica terminale, Sibilla Barbieri, viaggia verso la Svizzera. Lì incontrerà la morte, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. Da tempo voleva porre fine alla sofferenze insopportabili che le infliggeva il tumore da cui era affetta. Voleva però farlo a casa, con i suoi cari, e per ciò si era rivolta alla propria Azienda Sanitaria affinchè fossero verificate le condizioni già stabilite dalla pronuncia della Corte costituzionale nel caso di Dj Fabo. Voleva così esercitare il suo sacrosanto, anzi inalienabile e connaturato diritto al suicidio assistito. A metà settembre le veniva negato.

Due storie, in direzione esattamente contraria: l’una verso la vita, l’altra verso la morte. Unite da una stessa trama, antagonista: l’esercizio di un diritto fondamentale, tra quelli che lo Stato non attribuisce ma riconosce, solo perché al cospetto di un Uomo.

Eppure vengono negati, entrambi. Quello alla vita (di Miele) e quello alla morte (di Sibilla). Il primo, in conseguenza di una serie di errori procedurali che hanno prodotto un’imponente omissione rispetto alla necessaria considerazione dell’altro interesse, quello della madre naturale al cd. ripensamento. Il secondo, sulla scorta di un approccio più rivolto alla morale che all’ordinamento positivo.

Entrambi, in conclusione, perché sottoposti – come accade per ogni nostro comportamento, soprattutto se in conflitto con quello degli altri – ad un ponderato bilanciamento, delegato dalla Comunità a chi ne assume il potere-dovere di farlo.

L’insofferenza per un giudizio rivolto all’applicazione delle norme, piuttosto che del proprio modo di considerare i fatti; una visione alquanto fondamentalista, perlopiù in difetto della necessaria laicità e dell’essenziale distacco dalla questione da decidere (non “cosa propria” ma bene pubblico); l’incapacità, su tutto, di ritenere la legge ed i diritti, anziché recessivi rispetto alla propria funzione ed al suo scopo, parte fondamentale di quel giudizio perché strumento per lo stesso realizzarsi della sua equità, ci consegneranno sempre storie come quella di Silvia e di Miele.

Il problema sta proprio lì, nel riuscire a comprenderlo.

Gerardo Di Martino

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