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Guerra Iran-Usa, Mauriello: la democrazia non si porta con le bombe ma nel paese ci sono i semi di un nuovo futuro

“Khamenei, il capo di Stato dell’Iran e una delle massime figure religiose, è stato assassinato nel corso di una guerra che è fuori dal diritto internazionale”. Non nasconde i propri timori sul futuro del paese Raffaele Mauriello, docente all’Università di Teheran, specialista del mondo arabo e iranico “Non c’è stata nessuna aggressione, non c’è stato nessun casum belli, lo stesso diritto americano non contempla la possibilità di dichiarare guerra se non interpellando il congresso degli Stati Uniti. Eppure è quello che è successo con la guerra dichiarata da Usa e Israele all’Iran. Assassinare il capo di sato di un altro paese è inaccettabile. Ma oggi, sembra che a nessuno importi del diritto internazionale”.

C’è speranza di un futuro di libertà per il paese dopo la morte di Khamenei? Come sta reagendo l’Iran alla notizia della sua morte?
“Il paese è profondamente diviso, costretto a fare i conti con pressioni politiche e sociali da 150 anni, da quando è nato lo Stato moderno. Se c’è chi contesta la mancanza di una serie di diritti civili e politici, le limitazioni di una serie di libertà, che certamente ci sono, c’è anche tanta gente che continua a sostenere il governo e piange Khamenei, gente che è scesa in strada per far sentire la propria voce contro i bombardamenti. A festeggiare è, innanzitutto, la diaspora iraniana, a partire dal figlio dello Scià, che dubito riuscirà a tornare in paese. Continuo a credere che non è bombardando che si porta la democrazia, non mi risulta che ci sia democrazia in Libia o in Afghanistan, o in Iraq, dove pure gli Usa sono intervenuti. Né è possibile immaginare, al momento, quello che succederà. L’Iran ha una popolazione di 92 milioni di persone, è una realtà molto complessa, con un sistema politico con grosse limitazioni ma anche caratteristiche in comune con le democrazie, a partire da un presidente eletto dalla popolazione. Non possiamo parlare di democrazia nel senso della tradizione europea ma, paradossalmente, il sistema è certamente migliorato nel tempo. Se in passato, prima della rivoluzione del 1979, esisteva un partito unico ed era necessario avere una tessera se si volevano ricoprire incarichi nello Stato, era, dunque, una vera e propria dittatura, oggi esistono, se non partiti, quelle che possiamo definire correnti politiche, personaggi politici all’interno del paese di orientamenti diversi, modernisti, conservatori o moderati. Stiamo assistendo, inoltre, all’uccisione di personaggi che hanno ricoperto ruoli importanti nel paese come l’ex presidente, membri interni delle opposizioni, rappresentanti delle istituzioni o scienziati. E’ chiaro che, di fronte a queste azioni, l’obiettivo non è quello di portare la democrazia nel paese. C’è grande maturità politica nel paese, ci sono tante competenze e potenzialità. La speranza è che, quando finirà questa guerra che, dal punto di vista del Paese, è per la sovranità e l’unità territoriale, queste potenzialità possano diventare i protagonisti di una politica democratica del paese. Del resto, questa stessa guerra, gli attacchi alle basi americane dimostrano le capacità militari del paese. Non possiamo dimenticare che è l’Iran è stata  sotto le bombe più volte e con Trump la pressione politica è cresciuta, a gennaio sono morte migliaia di persone nelle proteste, a causa della dura repressione. Il paese vive un momento di impasse, in tanti fanno fatica ad arrivare a fine mese. C’è un desiderio di cambiamento ma si tratta di capire come portarlo in un paese che è sotto attacco. Come dicevo prima, l’Iran è caratterizzato da un potere centralizzato e oligarchico con una serie infinita di organi e consigli e rappresentanti del potere. Khamenei è stato al potere per 40 anni, la maggior parte della popolazione è nata e cresciuta con lui. Malgrado ciò, in questi anni, si sono alternati presidenti che hanno dato prova di una volontà riformista. Esistono i semi di una pluralità politica possibile che manca in altri paesi della regione. Certamente, non è accettabile il ritorno di una monarchia guidata dal figlio dello Scià, sarebbe una nuova forma di colonialismo. Non è accettabile che l’Unione Europea lo abbia invitato a parlare in Parlamento, invece di ascoltare la società civile autentica, non legata a nessuna lobby. Non possiamo dimenticare che spesso la volontà riformatrice è stata fermata dall’esterno. Lo stesso capo del governo il presidente Masoud Pezeshkian è un riformista. La maggioranza della popolazione attende di capire ciò che succederà o se ha la possibilità lascia le grandi città, più esposte alle bombe. Tuttavia, i genitori di mia moglie Neda sono ancora a Teheran ma la lasceranno il prima possibile”.

In questi anni trascorsi in Iran quali sono stati i principali ostacoli che hai incontrato nella tua vita quotidiana?
“Ho vissuto a Teheran per oltre 25 anni. Sono arrivato qui la prima volta come studente universitario borsista, poi sono tornato per un lavoro di ricerca con l’Unione Europea e ho conosciuto mia moglie Neda. Ho scelto di vivere qui, poi sono tornato in Italia e di nuovo a Teheran. A parte i disagi legati a traffico e inquinamento e burocrazia terribile, non ho dovuto fare i conti con grosse difficoltà legate alla vita quotidiana. Lavoro all’Università che è un’istituzione progressista. Le principali limitazioni riguardano i diritti delle donne e, malgrado ciò, è un dato di fatto che abbiano potuto studiare e oggi ricoprono incarichi importanti nelle amministrazioni e nelle Università. Certo, quando hanno chiesto più diritti, il paese non ha risposto come avrebbe dovuto ma è innegabile che oggi si tende a demonizzare l’altro attraverso la propaganda promossa da Israele e Usa ma anche da alcuni giornalisti europeo. Mentre bisognerebbe favorire il dialogo. Le principali difficoltà sono state legate al mio essere straniero

A cosa fa riferimento, quando parla di difficoltà legate all’essere straniero?
“Sono specialista del mondo arabo e iranico ma non è prevista all’Università Allameh Tabataba’i di Teheran la presenza di stranieri, se non attraverso intercambi con Università di altri paesi. Ecco perché ho potuto beneficiare solo di permessi di soggiorno annuali, tra l’altro concessi spesso con ritardo, con contratti di lavoro rinnovati di anno in anno e numerose difficoltà nel lasciare il paese, poiché ogni volta doveva essere formulata richiesta al Ministero. Malgrado queste difficoltà, le soddisfazioni sono state, a partire dai tanti progetti internazionali nei quali ho scelto di coinvolgere gli studenti all’entusiasmo e partecipazione degli allievi.

Speri di poter tornare presto a Teheran?
Sono in anno sabbatico, è la prima volta dopo 12 anni. Sembra strano anche a me. Ho dovuto lasciare l’Iran, dopo i bombardamenti dell’estate. Inoltre, ho una figlia che mia moglie ha scelto di crescere qui. Ma sono specialista del mondo arabo, sono ancora un docente dell’Università di Teheran, la famiglia di mia moglie è lì. E’ un paese con il quale ho un legame forte

Come cambieranno gli equilibri internazionali?
E’ chiaro che ci saranno cambiamenti profondi, ci saranno un prima e dopo dopo episodi come il genocidio di Gaza e la guerra tra Iran e Usa e Israele. L’Iran è un attore di primo piano, sul piano geopolitico ma anche sul terreno dello sviluppo scientifico. Anche se ci sarà il cambio di potere non se ne potrà non tenere conto.

 

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