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Il progressivo diffondersi della variante pandemica ci costringe a ricordare a noi stessi, e a quanti se ne dimenticano  facilmente,   che l’incertezza dei nostri progetti e delle consolidate abitudini sarà la nostra inseparabile compagna di viaggio.

Lungo questo travagliato percorso della comunità planetaria la paura sarà, insieme all’incertezza, un appuntamento ricorrente.

La non facile lotta contro la forza distruttiva di un microrganismo di cui, probabilmente, anche la scienza più avanzata mostra di saperne poco, rischia di comportare dei problemi per le sorti della libertà, con effetti devastanti sulle nostre democrazie.

Perché? Perché le conseguenze economiche e sociali della pandemia provocheranno un forte malcontento già presente all’interno delle democrazie occidentali. Gli ultimi provvedimenti legislativi di alcuni Paesi della Comunità Europea, censurati dalla maggioranza dei Paesi membri, dimostrano che la tentazione della “democrazia illiberale” che si aggira come spettro permanente all’interno del continente europeo, fa avanzare errate convinzioni. Quella più deleteria, alimentata da sovranisti e populisti, è la tentazione che se   in democrazia si sta male, bisogna rinunciare a parte di essa per stare meglio.

Occorre, quindi, rinunciare ad una parte delle libertà per promuovere più sicurezza e benessere. Anche in  Italia, gli ultimi fatti di cronaca giudiziaria nella zona del Pavese, con l’uccisione di un immigrato da parte di un noto avvocato leghista, sono  in linea con questa tentazione e dimostrano le non superficiali radicazioni culturali della tentazione stessa,.Purtroppo all’album di famiglia del nostro vecchio continente appartengono alcune vicende degli anni ’30 e testimoniano storicamente il rischio di tale errore, favorito dalla insoddisfazione attuale di alcuni snodi dei sistemi democratici occidentali.

Qualche eminente sostenitore della cultura umanistica parla di “furto” di storiografia, anche nelle scuole e, quindi, di “furto” di democrazia. In realtà lo stato di crisi latente delle democrazie alimenta inesorabilmente – e la pandemia ne aumenta esponenzialmente l’effetto – il fenomeno con la conseguenza di avvertire la delusione per le attese coltivate.

Non occorre scomodare Tocqueville per considerare che nelle democrazie è sempre rilevante il numero di cittadini i cui bisogni sono al di sopra delle risorse.

Nell’attuale momento pandemico il teorema trova immediata ed eloquente dimostrazione. Questa asimmetria  tra i tempi delle domande dei cittadini ed i tempi di risposta delle istituzioni è provocata, anche, dalle lentezze burocratiche croniche rispetto alla velocità dei cambiamenti tecnologici e socio-economici.

Di fronte al “paradosso delle aspettative” non basta più solo la buona conoscenza storica come antidoto, ma occorre urgentemente superare i ritardi e le omissioni connessi anche alla mancata presenza politica dei cristiani in una società che cambia, promuovendo concreti percorsi di inclusione sociale per affrontare, con la consapevolezza e la rapidità necessarie, le non poche emergenze già presenti a livello globale e quelle preannunciate per un futuro opaco, senza luce e senza positive speranze.

Promuovere significa coordinare gli sforzi formativi, abbandonare le ricorrenti tentazioni autoreferenziali presenti anche nel mondo cattolico e riscoprire l’umiltà necessaria e la perseveranza nell’impegno sociale e politico finalizzata con chiara visibilità e credibile prospettiva alla tanto auspicata costruzione del bene comune.

di Gerardo Salvatore

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