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Uno psicodramma ha investito in questi giorni il Consiglio Superiore della Magistratura e tutta la magistratura associata, dopo che le indagini avviate dalla Procura della Repubblica di Perugia nei confronti di Luca Palamara (personaggio autorevole nella magistratura, già Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e già componente del Consiglio Superiore della Magistratura) hanno scoperchiato una serie di trame fra magistrati e politici volte a pilotare le nomine degli uffici direttivi della magistratura, favorendo i magistrati “amici” ed ostacolando quelli sgraditi e  un magistrato membro del CSM si è dimesso ed altri quattro si sono “autosospesi”.  Martedì scorso, il plenum ha approvato un documento in cui i Consiglieri si dichiarano: “sgomenti ed amareggiati per (..) fatti che gettano grave discredito su un’istituzione che costituisce uno snodo fondamentale nell’architettura costituzionale, a presidio, nell’interesse dei cittadini, dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione, della sua credibilità, della sua autorevolezza.”

Se tutti concordano nel denunciare il marcio, il problema è l’interpretazione dei fatti nella loro valenza politica ed istituzionale. Il punto di partenza è lo scandalo del “potere diviso”, cioè quello snodo insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza del potere giudiziario che, secondo il disegno costituzionale, non può essere assoggettato né condizionato dall’esercizio dei poteri politici di governo, né da nessun altro potere. Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo deputato a garantire l’indipendenza dei magistrati, attraverso la gestione delle nomine, delle carriere, delle promozioni, dei trasferimenti e delle sanzioni disciplinari.

Fin dall’inizio della storia della Repubblica, l’ordinamento politico non ha accettato lo scandalo del potere diviso ed ha cercato di “addomesticare” l’esercizio della giurisdizione. Risale al 1980 il manuale Cencelli, nel quale si dava atto che la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma, in termini di potere, equivaleva a due Ministeri. Condizionare la nomina dei vertici della magistratura è sempre stato un obiettivo perseguito con tenacia dal potere politico. In passato la Procura di Roma fu definita il “porto delle nebbie” perché in essa venivano fatti confluire (anche con trucchi procedurali) processi molto delicati sotto il profilo politico, come il processo sullo scandalo della P2, che poi svanivano. Tuttavia all’epoca vi erano degli anticorpi, perché le forze politiche d’opposizione erano attestate nella difesa del modello costituzionale. In seguito, quando l’ex partito comunista si è avvicinato all’area del potere, si è verificata una svolta. Nel suo libro “Magistrati”, pubblicato nel 2009, Luciano Violante richiama la concezione della magistratura formulata quattro secoli prima dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». In altre parole l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere compatibilizzato con l’esercizio del potere politico sovrano.  Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello preferito dal sistema politico. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano: l’esempio è quello di un PM siciliano che sequestrò una nave di una ONG, contestando al capitano la fantastica accusa di violenza privata nei confronti del Governo italiano per averlo “costretto” ad accettare lo sbarco dei migranti salvati nel Mediterraneo. All’occorrenza, questi leoni si trasformano in cagnolini, quando si trovano di fronte agli abusi del Sovrano: l’esempio è quello di un altro P.M. siciliano che, a fronte della condotta di un Ministro che integrava astrattamente gli estremi del reato di sequestro di persona, ha chiesto l’archiviazione al Tribunale di Ministri, invocando – a contrario – la separazione dei poteri. Certamente al leone sotto il trono non verrà mai in mente di mordere la mano del padrone.

Purtroppo questa concezione dei magistrati come “leoni sotto il trono” è presente in ampi settori della magistratura associata, specialmente nelle correnti di destra. Per questo, per quanto sia riprovevole, non deve stupire più di tanto se emergono vicende che dimostrano la subalternità di tanti magistrati all’esigenza di spezzoni del potere politico di scegliersi il leone giusto sotto il trono.

L’importante è reagire. Bisogna evitare che il polverone sollevato da queste vicende sia utilizzato per legittimare una ancor maggiore ingerenza della politica sull’esercizio della giurisdizione, come sta avvenendo in queste ore, visto che il Viminale ha comunicato che metterà «sotto osservazione» quei giudici che, nelle ultime settimane, hanno pronunciato sentenze contro provvedimenti emanati dal Ministero dell’Interno: che i leoni tornino subito sotto il trono!

di Domenico Gallo

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