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Ha scritto Borges che ogni volta che un bambino prende a calci un qualcosa per strada li ricomincia la storia del calcio. Berlusconi e con lui Galliani sono ancora troppo innamorati di questo gioco antico che ha in sé una magia. Si può spiegare  così l’atto di amore compiuto nell’acquistare una squadra di serie C: il Monza. Ancora più passione ci mettono i tifosi dell’Avellino che in queste settimane stanno percorrendo chilometri per seguire i bianco verdi anche sui campi, a volte spelacchiati, della serie D. Una ripartenza non richiesta che ci è caduta addosso dopo la mazzata dell’esclusione dalla serie B. La passione non conosce confini calcistici. Chi ama la propria squadra è disposta a seguirla in ogni categoria. Il calcio è cambiato e non sempre in meglio. Il primo grande amore di Berlusconi e Galliani è durato trent’anni ed è stato il Milan che oggi è in mano ad un fondo americano mentre l’Inter dalla famiglia Moratti è passato ai cinesi di Suning.  E del resto ormai la proprietà delle grandi squadre anche negli altri paesi europei è affidata a multinazionali americane o ad emiri arabi. La smania di vittorie future cancella il passato ma Berlusconi non si arrende e il sogno nel cassetto è quello di portare per la prima volta il Monza in serie A.  Quando comprò il Milan nessuno poteva prevedere la conquista di campionati, coppe e gli acquisti di giocatori rimasti nella memoria rossonera  a partire dal trio olandese Gullit, Rjikaard e Van Basten. La vera sfida è proprio a questo nuovo calcio del business. Un ritorno alle origini, un modo per rimettere indietro l’orologio della piccola storia. L’eterna rivalità di Davide contro Golia.  Per anni Berlusconi ha cucito insieme politica e pallone, oggi con i gol del piccolo Monza vuole provare a tornare protagonista nel calcio che conta. La prima tappa è la risalita dalla polvere della C.  Presente e futuro si intrecciano e la speranza arriva dal passato. Chi ha vinto tanto come Berlusconi è abituato a vincere e salire le scale per tornare a giocare alla Scala del calcio è il vero obiettivo.  E proprio a San Siro contro il Milan quarant’anni fa cominciò l’avventura dell’Avellino in serie A. Dieci campionati consecutivi iniziati nell’ottobre del 1978. Una partita da “lupi”  persa con i rossoneri di Rivera 1-0 a pochi minuti dal termine. Tanta amarezza ma anche la consapevolezza che in serie A l’Avellino poteva starci. Partì da quella gara una fantastica cavalcata. E adesso si riparte con nuovo entusiasmo. Poteva essere l’estate della malinconia ed invece è diventato l’autunno di una possibile rinascita. E così se in serie A l’arrivo di Ronaldo ha oscurato almeno per qualche giorno perfino le performance dialettiche di Salvini e Di Maio, nella serie C l’arrivo di Berlusconi ha riportato entusiasmo non solo in Brianza ma in una categoria piena di incertezze perfino sulle squadre che devono partecipare al campionato. E in serie D l’Avellino è considerata la squadra da battere e tutte le altre cercano di sfiorare l’impresa. Finora tre vittorie e un pareggio. Testa della classifica in solitudine. Il cammino è però ancora molto lungo.  L’obiettivo di chi nel calcio ci crede ancora è quello di non considerarlo un mondo a parte perché chi ragiona così lo ha inaridito. Questo sport è invece dentro la quotidianità della nostra vita. Lo scrittore inglese Nick Hornby nel suo meraviglioso Febbre a Novanta ha scritto che gli innamorati di calcio andando alla deriva nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di una conversazione si scoprono a pensare ad un destro al volo sferrato dieci o quindici anni prima.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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