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I sommersi e i salvati è il titolo del libro, pubblicato nel 1986, in cui Primo Levi mette in luce i meccanismi psicologici, sociali e politici che hanno consentito il funzionamento della macchina dello sterminio. “E’ accaduto e quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”, conclude l’autore.  Il monito di Primo Levi è ritornato di grande attualità, anche in quella parte del mondo, come l’Europa, dove la lezione degli avvenimenti passati aveva garantito un lungo periodo di pace nel rispetto dei diritti umani fondamentali. L’avvento in molti paesi europei, compreso il nostro, di forze politiche ispirate da una sottocultura fascista e nazionalista fa emergere la minaccia – per dirla con le parole di Levi – “di una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”.  Il tema dei sommersi e dei salvati è tornato di attualità – in senso letterale – nel momento in cui la politica sceglie una categoria di persona deboli (i migranti che fuggono dalla Libia) come capro espiatorio da sacrificare sull’altare del malessere popolare.

Ogni giorno ci porta nuove pene. Ha osservato l’associazione Giuristi Democratici: “continua senza soste l’allucinante campagna, e i relativi comportamenti, del Ministro dell’Interno nei confronti dei migranti, incurante (.) del rispetto del diritto del mare e delle convenzioni internazionali, in primo luogo la Convenzione Europea dei Diritti Umani e la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, come si sta verificando nel caso degli immigrati raccolti a bordo della nave Diciotti della marina militare italiana. Il fatto che la nave della Guardia Costiera italiani abbia raccolto 67 profughi in un primo tempo soccorsi dalla nave Vos Thalassa, ha provocato una reazione di vera e propria stizza nel Ministro dell’inferno che, non potendo impedire lo sbarco ad una nave della marina italiana, ha dichiarato: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Se su quella nave c’è gente che ha minacciato e aggredito non saranno persone che finiranno in albergo ma in galera – dice – quindi non darò autorizzazione allo sbarco fino a che non avrò garanzia che delinquenti, perché non sono profughi, che hanno dirottato una nave con violenza, finiscano per qualche tempo in galera e poi riportati nel loro paese.”

E’ chiaro che se si impedisce lo sbarco, prima alle navi delle ONG, poi alle navi mercantili e persino alle navi militari, si impedisce il salvataggio dei naufraghi in mare.  E i risultati si vedono: il 6 luglio è stato pubblicato un documento dell’UNHCR che mette in evidenza che, a fronte di un forte calo degli arrivi rispetto agli anni precedenti, c’è stato un drastico aumento dei tassi di mortalità nel Mediterraneo.

“L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime preoccupazione per il fatto che, nonostante il calo registrato, uomini, donne e bambini continuino a perdere la vita durante le traversate in mare, ed in numeri proporzionalmente maggiori. Il numero di persone morte o disperse in mare nel 2018 ha superato le 1.000 persone, un tragico traguardo raggiunto per il quinto anno consecutivo, nonostante il calo nel numero di persone che cerca di arrivare in Europa. Nel solo mese di giugno una persona su sette ha perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, rispetto a una su 19 nella prima metà dell’anno e una su 38 nella prima metà del 2017.”

Il dilemma fra i sommersi ed i salvati è tutto nelle mani della politica che, in questa fase storica, si gioca la carta dei sommersi. In altre parole le scelte della politica producono morte.

E’ già successo nel secolo scorso. Come ci ammonisce Primo Levi: “è accaduto, quindi può accadere di nuovo”.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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