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Iermano racconta De Sanctis ai giovani: la cultura come partecipazione

Inaugurata alla Biblioteca provinciale la mostra dedicata ai manoscritti autografi di De Sanctis

Inaugurata alla Biblioteca provinciale la mostra dedicata ai manoscritti autografi di De Sanctis

 

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“E’una questione di stile”. Il Prof. Toni Iermano esordisce con queste parole nell’ illustrare la sua lezione sul tema “De Sanctis, il Mezzogiorno e la coscienza italiana ” che fa da apripista ad una serie di iniziative legate al bicentenario dalla nescita di Francesco de Sanctis a Morra Irpino nel 1817. “Visti i miei 34 anni di “familiarità” con De Sanctis, dal mio primo scritto del 1982, non vorrei tradire il celebre letterato irpino, che, nel partecipare a celebrazioni analoghe per Dante ed Ariosto, ribadì che non servivano confetti ma letture degli autori ricordati”.
Quella del 10 novembre 2016 è una data importante per il personale tutto della Biblioteca Provinciale di Avellino, che, per iniziativa dello stesso Iermano e della dott.ssa Annamaria Vetrano, ha restituito alla città una serie di manoscritti autografi del de Sanctis, custoditi da anni ma finalmente recuperati, anche tramite l’Istituto di patologia del libro di Roma, ben esposti sino al 31 dicembre in un percorso aperto agli istituti scolastici ed a chiunque volesse apprezzarne il valore. “Alla biblioteca “Capone “- ricorda Iermano- sono molto legato: qui per la prima volta venni a studiare “marinando” la scuola”
Del Prof. Iermano in calzoncini corti si ricorda bene anche la stessa dott.ssa Vetrano, assente all’incontro per motivi personali, ma debitamente citata dalla Prof.ssa Liliana Pelosi, presidente della Fidapa, la quale, nel ricordare i meriti di Iermano come studioso e già assessore della città di Avellino, ne introduce con sapienza gli interventi.
“Questa Biblioteca e questa provincia si prestano a ricordare un autore che invito a rileggere soprattutto nelle scuole perché il letterato di Morra sa parlare prorio ai giovani. Non a caso uno dei suoi lavori è “La giovinezza”, intesa non solo come condizione anagrafica quanto come capacità di imprimere il proprio carattere nella società civile”.
Iermano, dunque, racconta dei primi studi del De Sanctis alla scuola napoletana di Vico Bisi, seguendo le orme di quel marchese Puoti, che non ebbe timore di lasciargli la sua scuola, convinto del fatto che gli allievi debbono ispirarsi ma non emulare i maestri.
Viene così fuori uno di quegli anedotti che davvero dovrebbero arrivare tra i banchi di scuola. “ In una fredda sera dell’inverno del 1835 – ricorda Iermano- arriva a Palazzo Bagnara a Napoli il conte di Recanati, che, invitato a decidere in merito alla disputa di un presunto errore per un volgarizzamento di Cornelio Nepote, difende il giovane De Sanctis per l’uso di un “onde “ con infinito che rischiava di far rabbrividire i puristi! .
Dal ritratto tracciato da Iermano viene fuori un De Sanctis “ guerriero della moralità”, capace di passare dalle parole all’azione, che ebbe a confrontarsi anche con i moti del 1848 che videro, ad opera dei mercenari svizzeri di Ferdinando II di Borbone, uccisi ben 500 giovani, tra cui caddero anche allievi prediletti del letterato irpino.
“La cultura- prosegue Iermano- comporta partecipazione, audacia di fronte ad un potere che può anche rivelarsi “ridicolo” come quando si decise di privare il De Sanctis dell’insegnamento con la scusa di porlo ad un presunto “riposo” a soli 31 anni!”
Per il letterato irpino, vicino ai cospiratori calabri, si preparano altri anni difficili che lo vedono addirittura rinchiuso a Castel dell’Ovo in una prigionia che però non si tradusse in abbattimento ma in una frenetica attività di studio che lo vide tradurre dal tedesco Hegel e Goethe.
Giunta la liberazione, si profilava addirittura l’esilio ma il De Sanctis da Malta giunge in una Torino passata da D’Azeglio a Cavour in cui, però, non chiede oboli ma solo di poter lavorare, insegnando a giovani allieve come Teresa De Amicis.
Il talento del de Sanctis era però troppo grande per essere confinato in Italia e così accade che a Zurigo, per colmare le lacune umanistiche dei tanti ingegneri del Politecnico Federale il letterato di Morra Irpino è invitato come docente insieme con colleghi illustri come Wagner per la musica e Burckhardt per la storia.
 
 
 
 
 
 
In Svizzera, tra il 1856 ed il 1860, si forma così il nucleo di una scuola viva, fondata sulla libertà dell’intelligenza, a cui il De Sanctis si sente legato così da rifiutare l’invito del Villari a Pisa, la capitale del murattismo, mentre risponde subito, indotto dall’etica della responsabilità, alla nomina di Garibaldi come governatore del Principato ultra dove preferisce alla politica dell’affarismo come relazione tra i peggiori quello slancio che occorre al Mezzogiorno, il cui sviluppo doveva fondarsi su lavoro, istruzione e vie di comunicazione , messaggio ancora validi per i politici odierni.
“ Il De Sanctis, tra i primi a parlare di Italia mirava all’identità di una nazione non chiusa ma aperta, ove il mondo moderno – sottolinea Iermano – era soprattutto il mondo nostro”.
In quest’ottica all’autore della “Storia della letteratura italiana” pubblicata tra il 1868 ed il 1870 Foscolo, Leopardi e Manzoni si presentavano come gli uomini della nuova Italia a cui il De Sanctis dedicò anche l’altra “pagina “ della sua vita politica, oltre quella letteraria.
“Morto Cavour – spiega Iermano- con una Destra storica ormai in crisi ed una Sinistra che capisce che il potere è gestione di affari , il De Sanctis avverte l’esigenza dell’avvento di nuove generazioni utili per costuire un alternativa e, per questo, si avvicina agli ideali di quella Sinistra giovane che porta ai governi del Cairoli e che lo vedono, da marzo a dicembre del 1878 e da novembre 1879 alla fine del 1880, nuovamente a capo del Ministero della pubblica Istruzione, dopo la precedente esperienza col Cavour”.
Le sue idee politiche si fondavano sul concetto di una “rivoluzione” che si traducesse in “evoluzione”, sulla base di esperienze concrete. Seppe,però, collaborare con i suoi avversari politici, combattendo decisamente il trasformismo. Il suo Sud gli resto sempre profondamente nel cuore come dimostrano i corsi di altissimo livello culturale tenuti nella Napoli della sua giovinezza dove tornò, tardi ad insegnare letteratura comparata.
“ In un discorso tenuto ad ariano Irpino del 1882, a pochi mesi dalla morte – ricorda con fervore Iermano – l’anziano De Sanctis ebbe a ribadire che la capacità della giovinezza è quella di partecipare alla vita sociale, perché la politica ha senso quando realizza le idee, è una forza allegra, lontana dal vacuo ottimismo, ma capace di dare forma all’ordine interiore”.
L’ultimo pensiero di Iermano va dunque ai giovani della città, presenti in sala, ai quali ricorda che nessuno più del de Sanctis amò e difese la scuola, come grande occasione di ricambio generazionale perché occorrono sempre forme di giovinezza del pensiero e dell’azione.
 

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