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Il calcio come un grande romanzo

Il calcio si può vivere e raccontare come un grande romanzo perché incrocia la vita delle persone e i fatti di un’epoca. La vittoria della nostra nazionale agli europei arriva 53 anni dopo quella ottenuta a Roma. Era il 1968, un anno destinato a passare alla storia, uno spartiacque per intere generazioni, una rivolta guidata dai giovani che diventarono finalmente un soggetto sociale. Subito dopo si aprì però una stagione inquieta e violenta che dalla strage di Piazza Fontana del ’69 insanguinò il decennio successivo e toccò ad un’altra nazionale, quella del ’82 in Spagna, chiudere l’epoca degli anni di piombo e aprirne una nuova.

Era sempre un undici luglio ed allora in tribuna ad esultare, tifoso tra i tifosi, fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Celebre il suo “non ci prendono più” gridato dopo il terzo gol di Altobelli ai tedeschi. Stavolta è toccato a Sergio Mattarella mettere da parte la sua proverbiale compostezza ed alzare le braccia al cielo dopo la rete del pareggio di Bonucci.

Due stili diversi per due Presidenti molto amati che hanno rassicurato il Paese in momenti diversi e difficili, unendo un popolo che notoriamente è più incline a fronteggiarsi come guelfi e ghibellini piuttosto che a stare insieme. Il calcio, la nazionale, gli azzurri da sempre però riescono in questo miracolo di saldare l’anima di una nazione. Non succede solo all’Italia.

L’Argentina del 1986 battendo l’Inghilterra vendicò la sconfitta subita nella battaglia delle Falkland. Con i suoi due gol il grande protagonista fu Maradona ed Emanuela Audisio scrisse che il genio argentino vinse una partita, pareggiò una guerra e sorprese un secolo. Epica, proprio come una vicenda omerica, la vittoria della Grecia negli Europei del 2004.

Una squadra di mezzi sconosciuti, a cui nessuno credeva, riuscì a vincere quel torneo scrivendo una pagina romantica mentre negli anni successivi sarebbe cominciata la stagione dell’austerity e di una crisi economica fortissima che mise la Grecia quasi in ginocchio.

L’Italia di oggi ha vinto e la gioia incontenibile che è esplosa, gli abbracci, le urla, le piazze piene, tutti simboli di un Paese che vuole lasciarsi alle spalle la tragedia della pandemia, senza dimenticare le tante vittime del Covid. Questa nazionale ci ha fatto riscoprire la felicità per una vittoria sportiva che inevitabilmente diventa una vittoria del Paese perché come ha scritto Aldo Cazzullo “il calcio non è metafora della vita e della politica ma la nazionale finisce sempre per assomigliare alla nazione che rappresenta.

In questo mese, la Nazionale di Mancini ci ha ricordato che essere italiani non è poi così male. Anzi, qualche volta possiamo sentirci orgogliosi di esserlo”. Nel ’68 il successo della squadra di Valcareggi arrivò due anni dopo la sconfitta incredibile subita ai mondiali inglesi contro la Corea del Nord, nel 2006 l’Italia di Lippi trionfò a Berlino in pieno scandalo calciopoli, stavolta Mancini ha vinto dopo l’esclusione dal mondiale 2018.

C’è bisogno di cadere rovinosamente per rialzarci ed è indispensabile l’unità del gruppo. 53 anni fa le grandi individualità Riva, Anastasi, Mazzola, Facchetti furono amalgate perfettamente da Valcareggi, oggi Mancini ha forgiato una squadra con meno talento in attacco ma con un centrocampo molto tecnico con Verratti e Jorginho, una difesa imperniata sul duo juventino Bonucci-Chiellini e su un grande portiere, Gigi Donnarumma.

Le sue manone hanno fermato il rigore decisivo e ci hanno consegnato la vittoria sfatando il celebre aforisma del primo ministro inglese Winston Churchill, stratega della seconda guerra mondiale, che con humor britannico diceva: “gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.

di Andrea Covotta

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