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Il calcio e le speranze di rinascita

Il calcio è una metafora della vita. I trionfi, i successi ma anche le sconfitte ci prendono per mano, sono i nostri compagni di viaggio. L’Avellino di quest’anno ci ha fatto piangere di gioia e ritornare bambini. Domenica scorsa a Rieti c’ero anche io insieme alle migliaia di tifosi biancoverdi che hanno cantato ed incantato gli avversari. Hanno vinto prima loro sulle tribune e poi la squadra in campo.  De Vena e Tribuzzi hanno messo il timbro su una splendida cavalcata. Le paure si sono dissolte e i sogni ad occhi aperti sono ricominciati. Nulla è vietato. Oggi la vita ci fa sfogliare altre pagine di una storia che tutti immaginiamo sia solo agli inizi. De Cesare, Mauriello, Musa e Bucaro hanno costruito un giocattolo che non si deve rompere come troppo spesso è accaduto nel recente passato. Stavolta ricominciare è possibile. Gli esempi lungimiranti come quello dell’Atalanta ci fanno per ora solo sognare ma ci dicono che la programmazione e le idee sono più importanti dei soldi. I lombardi giocano in serie A da tanti anni e quest’anno sono in corsa addirittura per entrare in Champions rivalutando giocatori come Zapata o Gomez. Le basi per costruire una casa che duri nel tempo ad Avellino adesso ci sono. De Cesare è già impegnato nel basket e ha portato il nome di Avellino in giro non solo in Italia ma in Europa. Nel calcio ha portato soldi ed energie e in un solo anno ci ha riportato nel calcio di serie C. Un primo passo ma non ci basta. I campi un po’ improbabili della serie D sono alle nostre spalle e gli squadroni della serie A sono a due categorie di distanza. Il grazie alla società insieme al grazie al tecnico che ha disegnato una squadra camaleontica e ha saputo correggere in corsa la sua impostazione iniziale. La difesa a quattro con i mastini Morero e Dionisi e le corsie martellate da Betti e dall’irpino Parisi. Il centrocampo con i motorini Matute e Di Paolantonio, gli esterni offensivi Da Dalt e il fantastico Tribuzzi pronto per altri palcoscenici e le due punte De Vena e l’argentino Alfageme oltre all’eterno Sforzini. Una formazione che spesso è stata modificata con altri innesti   e con il cambio del portiere dall’over Lagomarsini all’under Viscovo. Tutti i componenti della rosa sono da elogiare anche chi ha giocato meno o chi come Gerbaudo o Ciotola sono stati spesso decisivi a partita in corso. E il ringraziamento finale va ai tifosi. Il pubblico è sempre da serie A. Partecipazione, incoraggiamento e voglia di esserci a prescindere dai palcoscenici. Juary che gira intorno alla bandierina è il ricordo indelebile. Adesso è lecito sognare un altro Juary e in tempi rapidi una nuova serie A con l’Avellino sempre nel cuore.   E poi per i casi della vita e per un filo che ci tiene legati al calcio dei “grandi” se il 12 maggio l’Avellino ripartiva battendo il Lanusei, il 13 maggio di quarant’anni i lupi sfidavano a Torino la Juventus nell’ultima giornata del primo campionato di serie A. Un 3-3 entrato indimenticabile ed entrato nella leggenda. Oggi con i social tutto si sa in tempo reale, all’epoca per conoscere i risultati delle altre partite l’unico mezzo era la radio. Sotto di tre gol l’Avellino pareggia grazie alla doppietta di De Ponti e alla rete di Massa. Un pari solo per la gloria visto che l’Avellino si sarebbe salvato anche con una sconfitta. Ma la storia ha bisogno di episodi che restano nella memoria. Quel 3-3 fu l’inizio di un percorso durato altri nove anni. Le magie di Rieti sono un’altra ripartenza.

di Andrea Covotta

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