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Ero a Palermo quel 25 luglio del 1983. La mafia aveva appena ucciso il magistrato Rocco Chinnici, creatore del pool antimafia. Fu la prima strage sul modello libanese, l’esplosione di un’autobomba.

Da una finestra di fronte all’abitazione della vittima, in via Pipitone, assistetti alla tragedia che sarebbe stata per me la prima di altre con omicidi eccellenti che avrei dovuto raccontare ai lettori de Il Mattino negli anni successivi. Un decennio di andata e ritorno tra Napoli e Palermo, le due capitali dei morti ammazzati.

Il giorno dopo l’eccidio, di buonora accesi la radio, ospite dell’Hotel Delle Palme (occupavo la stessa stanza che per anni era stata di Lucky Luciano, rappresentante di punta della mafia americana) e, mentre mi preparavo per recuperare notizie presso le sedi istituzionali, sentii il commento radiofonico sulla strage.

A un certo momento il conduttore citò un passo del mio articolo. Vado a memoria: «La mafia non ha più bisogno di essere descritta – avevo scritto – come invincibile. Per sconfiggerla è necessario mettere le mani in tasca ai mafiosi».

Sto per uscire dall’albergo, quando il portiere mi comunica di aver ricevuto una telefonata anonima di persone che si erano interessate del mio soggiorno a Palermo. Mi preoccupai. Chiamai al telefono il direttore del Mattino Roberto Ciuni, palermitano di rango, e mi consultai.

Ricordo come se fosse ora. Mi disse: «Ricomponi la valigia e torna a Napoli». Non obbedii subito. Feci passare qualche giorno ancora, poi tornai a Napoli.

Solo dopo alcuni anni di frequentazione siciliana compresi il pericolo a cui mi ero esposto. La mafia non aveva “apprezzato” il commento radiofonico sul mettere «le mani nelle tasche dei mafiosi». Sarà poi Giovanni Falcone a indicare la strada di «seguire i soldi».

L’episodio mi è tornato in mente nel momento in cui, con la saggezza dell’età e la consapevolezza di non essere a rischio (almeno credo!), da qualche anno sto denunciando un diffuso clima di illegalità nella provincia e nella città in cui sono nato.

Certo, i poteri criminali di oggi hanno cambiato pelle rispetto agli anni Ottanta. Il conteggio dei morti ammazzati non ha, per fortuna, le stesse dimensioni del passato. I poteri criminali si sono costituiti come antistato, avendo al soldo il meglio tra i tecnici più all’avanguardia.

Questa “pax camorristica”, salvo la brutalità di alcuni episodi gravi anche tra minori confluiti nelle baby gang metropolitane, rappresenta il nuovo modello affaristico della grande criminalità che si nutre di appalti pubblici e grandi opere infrastrutturali.

Per fronteggiare questo potere, o almeno per limitarne i danni, c’è bisogno di forti controlli sulla corruzione capace di aggredire le Istituzioni che ne risultano talvolta colluse. Come sta accadendo in alcuni casi relativi alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.

Oggi tacciono le armi, mentre gli affari crescono. Quasi sempre indisturbati. E anche alcuni snodi istituzionali sono “infettati”.

Recenti inchieste della magistratura solerte testimoniano casi di corruzione di pubblici poteri o di amministratori infedeli che vessano i poveri e sostengono le ricchezze improvvisate.

Risultato? Ritardi e clamorosi silenzi.

Agire per ristabilire la legalità deve essere ora un impegno di tutti.

 

 

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Gianni Festa

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