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Il dialogo tra i popoli del Mediterraneo e l’obiettivo della pace

di Maria Rosaria D’Acierno Canonici Cammino

Molteplici gli spunti di riflessione emersi dalla XI conferenza sul Mediterraneo ad opera dell’istituzione internazionale MED che si propone di arricchire il dialogo di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo; popoli che, nonostante siano “vicini di casa,” ancora on riescono a trovare un equilibrio “di buon vicinato.” Il Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso inaugurale ha posto l’accento sull’impegno nazionale e internazionale, affinché si possa arrivare ad una pace duratura tra Israele e Palestina dopo due anni di massacri e di indicibili distruzioni.

Si sono alternate relazioni di 30 oratori da tutto il mondo su argomenti che hanno toccato varie tematiche, dalla politica all’economia, alle risorse energetiche tradizionali e rinnovabili, alla medicina, alla cultura in generale, alle religioni, con lo scopo di mettere a fuoco che la collaborazione tra i popoli diventa elemento essenziale per la crescita dell’intera umanità. Il Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale (MED ISPI), Franco Bruni, e il Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani hanno aperto i lavori accentuando l’importanza di una intesa seria e sentita tra tutti i popoli del Mediterraneo. Solo così si potrà raggiungere un vero dialogo di pace, di sicurezza, di prosperità, che vada dall’India al Mar Mediterraneo. Tutti i relatori hanno portato parole di speranza, enfatizzando quanto la conoscenza diventi potere per riuscire ad affrontare con consapevolezza qualsiasi argomento. Le relazioni sono state di altissimo livello, ed essendo numerosissime menzionerò solo quelle che ho potuto seguire ed apprezzare: Knowledge as Power: the Mattei Plan and Africa’s Path to Inclusive Growth (El Aynaoui, Al-Dardari, Tottolo,Rassas, Cirielli); Syria’s Transition: Taking Stock a Year in (Eyadat, Turmani. Gallagher, Délétroz, Browne); The Sacred and the Political: Religion and Public Space in the Mediterranean (Melloni, Stoeckl, Crociata, Bongiovanni, Chanea), Bridging shores: roots, memories and identities (Goracci, Binebine, Zayed, Rym Ali). Molto toccante è stato l’intervento di Mahi Binebine, uno scrittore ed artista le cui opere si concentrano soprattutto sulla rappresentazione delle tensioni che esistono tra l’Occidentale e il Medio Oriente. Nei suoi lavori si delinea chiaramente la sofferenza del suo popolo e quella di tutto il genere umano, il quale non rimane estraneo, ma assorbe il tormento e il dolore dei vari paesi in un connubio di vero senso di comunità, rafforzando in questo modo il sentimento di appartenenza.

Molto toccanti sono state le parole sul tema delle religioni, che partendo dal concetto di fede, dovrebbero rispettare principi condivisi da tutto il genere umano. Infatti, se valutiamo a fondo l’umanità, possiamo affermare che l’essere umano fondamentalmente condivide gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni, che prendono un risvolto differente solo perché si adattano ad un cerimoniale che è stato influenzato da caratteri culturali diversi, che, a loro volta, sono diventati diversi perché si sono dovuti adattare anche ad un ambiente fisico diverso. Questo concetto lo ho già precedentemente evidenziato in vari miei lavori, perché non si può negare che tutti soffriamo allo stesso modo, per la perdita di persone care, per violenze subite ingiustamente, per il caldo, per il freddo, per la fame, ecc. Ma, aiutati dallo spirito di sopravvivenza, ci adattiamo pur di superare difficoltà sia intime che ambientali. Tutti abbiamo sentito e continuiamo a sentire il bisogno di protezione di un ente supremo. Nella preistoria predominava l’approccio ‘naturalistico’ di Müller; il sole, le stelle, l’acqua, il fuoco, ecc. erano considerati oggetti di adorazione e di devozione. Poi si è passati alla personificazione di entità associate a questi elementi naturali: vento, pioggia, raccolto – ancora oggi Thanksgiving -, ecc. ecc. I Greci hanno perfezionato questo concetto e sono passati al dio di concetti, come la guerra, le muse delle arti, ecc. ecc. Dal momento in cui subentra la personificazione di enti naturali, quindi, non più il sole, ma il dio del sole, si comincia a delineare la dimensione religiosa. Si amplia il numero degli esseri con i quali si può comunicare, perché la comunicazione è sempre stata il tratto fondamentale della crescita dell’umanità. I rituali contemplati per entrare in comunicazione con gli dei puntano sulla dimensione sociale, per cui entriamo in una analisi che, come la definisce Durkheim, diventa “socio-strutturale.” Lo scopo principale di questi riti sarebbe quello di promuovere l’aggregazione e la solidarietà tra il gruppo; in queste funzioni, quindi, si intrecciano elementi rituali ed elementi linguistici. Ed è proprio sulla parola, che racchiude importanti elementi culturali, che si basa la differenza tra le varie religioni. Le cosiddette Religioni del Libro, come ho già ribadito molte altre volte, nonché nel mio libro (The Evolution of the Idea of God, L’Orientale, 2021), fondano i dogmi del loro credo su quei sentimenti comuni a tutti gli esseri umani, rispecchiando una natura umana che non ha distinzioni di fondo. Ma è soprattutto la dimensione linguistica e sociale delle religioni che interpone dei ponti aumentandone le differenze. Penso che se riuscissimo ad andare veramente a fondo sia dal punto di vista linguistico che sociale su questo problema, ci accosteremmo all’altro più facilmente, senza dubbi e preconcetti. Questi ultimi sarebbero annullati da una maggiore conoscenza del tessuto linguistico e sociale appartenente alle altre religioni. Secondo me, ̶̶ e con questo non intendo dire che si debbano conoscere tutte le lingue afferenti alle diverse religioni, sarebbe impossibile ̶̶, uno sforzo per instaurare rapporti di “buon vicinato” con i paesi del Mediterraneo, sarebbe non considerare le lingue semitiche come difficili da apprendere e lontane da quelle indoeuropee. Infatti, per comprendere veramente la cultura di un popolo e la sua dimensione sociale bisogna partire proprio dal linguaggio che, comunque, rimane il primo passo per una comunicazione a 360 gradi. I relatori hanno varie volte usato l’espressione “noi del Mediterraneo siamo una unica comunità,” e sono rimasta sorpresa, perché, al contrario, mi sembra di constatare che primeggia una divisione tra Occidente e Medio Oriente; una divisione che si fonda su stereotipi scaturiti dall’ignoranza linguistica, sociale e religiosa dei popoli che abitano sull’altra sponda del Mare Nostrum, che così diventa solo nostro e non anche dell’altro. A parole è sempre più facile, e tutti sembrano andare d’accordo, ma sono i fatti umani che, per portare una pace duratura e non solo una tregua temporanea, dovrebbero eludere gli interessi politici ed assumere un atteggiamento più rispettoso verso “l’inquilino del mare di fronte.” Come hanno evidenziato i relatori del tema sulle radici e le identità comuni ai popoli del Mediterraneo (Bridging shores: roots, memories and identities), forse solo l’arte e la letteratura potrebbero riuscire a creare dei ponti tra queste genti. Si rafforzerebbe così il mio concetto che le differenze, scaturite soprattutto dalle diverse lingue e dalle diverse abitudini, sono solo differenze superficiali, perché, come detto prima, grosso modo, i sentimenti e gli stati d’animo rientrerebbero negli “universali emotivi,” dell’umanità, per dirla alla Chomsky, e non dal diverso sentire. Guardare all’altro significa: soccorrerlo, dargli cibo sufficiente nella sua casa, farlo studiare nella scuola del suo paese, curarlo nel suo ospedale, farlo pregare nella sua sinagoga, nella sua chiesa, nella sua moschea; offrendogli libertà di culto senza paura di essere ammazzato, aprendo la sua mente ad un multilinguismo e multiculturalismo che abbatta tutti i pregiudizi e le ristrettezze mentali. In altre parole dandogli la libertà di scelta, quel libero arbitrio che rende l’essere umano responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte che da Jahweh a Dio ad Allah ha offerto all’uomo la dignità della vita. La Torah, anche con i suoi 613 precetti, ammette il libero arbitrio, quindi il rapporto tra legge (torah) e libertà è chiaro nella Bibbia, soprattutto nel libro dell’Esodo. Anche nel Sacro Corano (Sura Al-A’raf, 7: 178; Sura An-Nisa, 4: 40; Sura Al-Baqara, 286, si parla di libero arbitrio. Il Cristianesimo nella figura di Sant’Agostino pone l’accento sull’importanza del libero arbitrio. Sembra quasi che Dio (Jahweh, Allah) abbia detto: “Io ti ho dato la guida per una vita corretta (10 Comandamenti), ora veditela tu.”

La pace si raggiunge attraverso l’amore e la fratellanza, quindi speriamo che questo convegno abbia dato il proprio piccolo contributo, per un messaggio universale.

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