Martedì, 7 Luglio 2026
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Il governo dei due Presidenti è nato ieri sera sulle ceneri di una irreversibile crisi di sistema. La parabola terminale del Conte II ha mostrato che l’involuzione partitocratica era arrivata a un punto di non ritorno; Mattarella è intervenuto con decisione e ha rimesso a posto le tessere di un mosaico da tempo scompaginato, restituendo le prerogative costituzionali alla Presidenza della Repubblica, al Capo del Governo e, domani, alle Camere. Il metodo concordato fra Mattarella e Draghi per la scelta dei ministri conferma che i due presidenti hanno di fatto commissariato un sistema politico consunto. Gli ultimi a capirlo sono stati proprio i capi partito, che hanno inviato a Draghi rose di candidati ministri non richieste e non accolte. La lista resa nota ieri sera da Mario Draghi concilia esperienza e innovazione, nuove competenze e sperimentate esperienze, con un significativo ricambio al vertice dei ministeri e una coraggiosa scommessa sull’innovazione tecnologica e ambientale che è tutta da verificare.

Il secondo giro di consultazioni del presidente incaricato, prima dello scioglimento della riserva e della composizione della squadra di governo, ha mostrato che per garantirsi una sicura navigazione Mario Draghi dovrà guardarsi più da alcuni alleati che dai pochi oppositori dichiarati. Rientrato a Roma dopo un anno di assenza, Silvio Berlusconi ha cercato di mettere il proprio cappello su un progetto politico concepito al Quirinale e affidato esclusivamente alle cure dell’ex presidente della Bce: un palese tentativo di interpretare in chiave moderata l’appello di Mattarella a superare le vecchie formule politiche. E’ una zavorra che potrebbe appesantire l’azione del governo, che d’altra parte dovrà da subito fare i conti con la crisi dei Cinque Stelle esplosa in seguito al referendum indetto dai vertici del Movimento fra gli iscritti. Un buon 40% ha sconfessato Beppe Grillo e i suoi plenipotenziari; Alessandro Di Battista è pronto a mettersi alla testa della componente giacobina del Movimento, altri dissensi potranno manifestarsi quando verrà “digerita” la lista dei ministri che lascia sul campo molti aspiranti delusi e promuove   qualche outsider. Infine,gfgfgf le ripercussioni del terremoto sul comportamento dei gruppi parlamentari sono ancora tutte da verificare. Lo sbandamento dei 5 stelle e l’alleanza Fi-Lega prefigurano tensioni interne nel governo e nel rapporto sempre necessario col parlamento.

Incombe il rischio collegato al tempo concesso all’esperimento. Già all’avvio del mandato a Draghi Salvini e Zingaretti avevano pronosticato una durata breve (tre mesi), ora si vedrà, ma già ce n’è abbastanza per dire che Mario Draghi dovrà impegnarsi fin dal giorno della presentazione alle Camere, ad affermare il proprio ruolo, che non è solo di capo di una coalizione eterogenea come nessuna mai prima d’ora, ma anche di garante verso il Quirinale e verso l’Europa del buon utilizzo dei fondi della Next generation Eu e quindi della possibilità di ripresa dell’Italia. Quanto ci sia bisogno di questa garanzia lo dimostrano i dati sulla previsione di crescita della nostra economia diffusi da Bruxelles proprio mentre gli iscritti alla piattaforma Rousseau votavano sul quesito-truffa che condizionava il via libera al nuovo governo alla realizzazione di un impegno già preso dal presidente incaricato e che si è rivelato un boomerang per chi lo aveva ideato. Mentre gli economisti di Bruxelles prevedono che i principali paesi europei possano recuperare entro il 2022 il livello di benessere pre-Covid, per l’Italia questo traguardo potrà essere raggiunto solo successivamente e solo a condizione che il sistema economico sia messo in condizione di sfruttare al meglio gli stimoli assicurati dall’Europa; obiettivo mancato dal piano di crescita messo a punto dal governo Conte, giudicato insufficiente dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio parlamentare di bilancio, e che ora deve essere riformulato. Se ne occuperà, sotto la guida di Mario Draghi, il nuovo ministero per la Transizione ecologica, che potrà spendere fino a un terzo dei finanziamenti in arrivo: un boccone troppo succulento per non suscitare l’appetito dei partiti che si preparano ad affollare i banchi della nuova maggioranza. Trappole già pronte per Mario Draghi.

di Guido Bossa

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