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A Mario Draghi sono bastate poche battute in una conferenza stampa sobria ma non priva di ironia (“Quest’estate non abbiamo passeggiato…qualcosa andrà scuramente storto ma ce l’abbiamo messa tutta…”) per fare piazza pulita delle polemiche e delle tensioni che hanno accompagnato le brevi ferie politiche fino a mettere in discussione la tenuta stessa del governo. Lo ha fatto ribadendo ancora una volta la distinzione dei due piani – quello del governo e quello dei partiti – sui quali si articola e si sviluppa la vita pubblica nazionale in una fase eccezionale come l’attuale nella quale è l’emergenza sanitaria a dettare l’agenda delle cose da fare e dei rischi da evitare. In sostanza, secondo il presidente del Consiglio, la dialettica tra le forze politiche è pienamente legittima anche quando le divergenze si registrano dentro la maggioranza parlamentare, ma l’autonomia della sfera governativa deve essere comunque garantita nel rispetto reciproco: il governo non deve fare “il mestiere dei partiti” così come “i partiti non devono fare il governo”. Distinzione ovvia per chi come Draghi ostenta un curriculum tutto istituzionale, forse meno per chi è arrivato a responsabilità di governo al culmine di una gavetta tutta politica. Ma che le idee in proposito siano chiare nella mente del presidente lo dimostra l’ora scarsa dedicata nel pomeriggio alle questioni domestiche contro le quattro ore di confronto, in serata a Marsiglia, con il francese Macron, che sarà presidente di turno dell’Unione europea nel primo semestre del 2022 e che con Draghi vuole stabilire una relazione speciale per colmare il vuoto lasciato dal declino dell’influenza tedesca. Vuol dire che il governo va per la sua strada, senza curarsi più di tanto né degli incidenti parlamentari, come il voto in commissione della Lega sul green pass, né delle reazioni che ha provocato. E’ vero, come hanno sottolineato quasi tutti i giornali, che si va ormai verso l’obbligo vaccinale, la terza dose e l’estensione del passaporto, ma queste misure, indigeste per la Lega, non provocheranno crisi irreparabili: “Non vedo nessun disastro all’orizzonte”. L’altolà a Salvini è ammorbidito dal riconoscimento che è lui il capo della Lega, e che avrà modo di far valere le sue ragioni nella cabina di regia che verrà convocata prima di assumere decisioni impegnative per tutti; ma nel ragionamento di Draghi c’è, implicito, anche un richiamo a Enrico Letta che continua a pretendere un “chiarimento” e sostiene che con i suoi distinguo in parlamento la Lega si pone “al di fuori della maggioranza”. La distinzione fra “cabina di regia” nella quale il governo mette a punto le misure da presentare alle Camere, e “chiarimento politico” (un tempo si sarebbe detto “verifica di maggioranza”) chiesto dal segretario democratico, è importante perché sgombera il terreno dall’ipotesi di una rottura. Il chiarimento se lo facciano i partiti tra di loro, sembra dire il presidente; una convergenza e una maggiore disciplina sono sempre auspicabili, ma comunque “il governo va avanti” perché lo vuole il parlamento. E così sarà almeno per tutto il mese di settembre. Poi, all’inizio di ottobre, la “verifica” la faranno gli elettori nelle urne amministrative, nelle quali ambizioni e progetti egemonici dei partiti faranno i conti con i dodici milioni di voti espressi dagli italiani in città come Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli.

di Guido Bossa

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