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Il Laceno d’oro, un festival lungimirante e coraggioso

di Paolo Speranza

Franco Nero e Vanessa Redgrave insieme sul palco, Stefania Sandrelli che ricorda C’eravamo tanto amati, il capolavoro di Ettore Scola, che ad Avellino, nel 1969, ottenne il suo primo premio per la regia… Un remake del “Laceno d’Oro”? No, è Il “Torino Film Festival” che inizia oggi nel capoluogo piemontese e per la 42° edizione, fino al 29 novembre, offre un programma particolarmente ricco di proiezioni e ospiti importanti. Nel frattempo, importanti festival e associazioni – nell’80° anniversario della Liberazione – ripropongono alcuni film fondamentali sulla Resistenza (come La ragazza di Bube, di Luigi Comencini dal romanzo di Carlo Cassola, presentato in versione restaurata da Cristina Comencini lo scorso giugno a Bologna, al Cinema Ritrovato, o La lunga notte del ‘43 di Florestano Vancini, che del “Laceno d’Oro” fu più volte ospite e convinto estimatore) e presto seguiranno – anche con la partecipazione della rivista “CinemaSud” – nuove iniziative per ricordare Le Quattro Giornate di Napoli e, nel centenario della nascita, il suo regista Nanni Loy, che del Festival diretto da Camillo Marino e Giacomo d’Onofrio fu indimenticato ospite e premiato illustre in una delle edizioni più partecipate, nel 1963, quando a Bagnoli Irpino presentò il suo film, in compagnia di alcuni attori tra i quali il piccolo Armando Formato, brillante interprete del ruolo di Gennarino Capuozzo, il coraggioso scugnizzo barbaramente freddato dagli occupanti tedeschi.

Dallo scorso anno, per il centenario della nascita di Franco Basaglia, proseguono anche visioni e retrospettive di film che negli anni Settanta, con coraggio diremmo pionieristico, riuscirono a portare al grande pubblico un tema delicato, e fino ad allora rimosso, come quello delle condizioni e dei diritti delle persone recluse (è il verbo più adatto) nei manicomi, aboliti nel 1978 anche per effetto della mobilitazione di tanti intellettuali e cineasti. Il titolo più emblematico è Matti da slegare: un film collettivo diretto da Marco Bellocchio, Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Silvano Agosti, che a nome dei colleghi ritirò ad Avellino, nel 1977 (un anno prima dell’approvazione della riforma Basaglia), il Premio “Laceno d’Oro”, l’unico attribuito a questo film in Italia.

La lungimiranza del Festival Internazionale del Neorealismo, unita alla fama di premio “portafortuna”, è del resto largamente acquisita. È sufficiente sfogliare Con Pasolini cominciammo, volume di storia e antologia del “Laceno d’Oro” edito da Mephite, per ricostruire la quantità e il valore delle “scoperte” compiute dal festival irpino (film, attori, registi) nel cinema internazionale, grazie anche a collaboratori del prestigio di Pier Paolo Pasolini, Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Marcello Gatti, Giuseppe Ferrara, dell’avvocato Vincenzo Maria Siniscalchi, dello stesso Tinto Brass e della giornalista cinematografica Floriana Maudente.

In questo catalogo di (gradite) sorprese una delle pagine più significative, per tornare all’attualità, è proprio un film del Tinto Brass “prima maniera” (più anarchico che “erotico”), che nel 1970 venne presentato, e premiato, al “Laceno d’Oro” in anteprima mondiale (con successiva recensione di Alberto Moravia, su “L’Espresso” del 4 aprile ‘71) e anch’esso collegato al tema “scomodo” dei marginali e dei “reietti” dalla società perbenista: Drop out, con un cast stellare composto da Vanessa Redgrave e Franco Nero (già allora una delle coppie più note del cinema mondiale, oggi di nuovo insieme a Torino) e da Gigi Proietti, che forse soltanto sotto la guida di Brass ha ottenuto quel rilievo che avrebbe meritato nella cinematografia italiana.

Le intuizioni brillanti e coraggiose del primo “Laceno d’Oro” non vanno tuttavia confinate nella sezione “amarcord”, dal momento che anche la nuova stagione del Festival curata dal circolo ImmaginAzione (presidente Antonio Spagnuolo, direttrice artistica Mariavittoria Pellecchia) è molto concentrata su proposte di qualità e autori emergenti, senza dimenticare la tradizione: l’idea di puntare sul pubblico delle scuole, ad esempio, riprende la scommessa del Minifestival per ragazzi, fortemente voluta da Camillo Marino con la fattiva collaborazione dei docenti Vittorio Fiorentino e Nicola Vietri, che anticipò l’esperienza del Giffoni Film Festival e sarebbe diventata un’eccellenza di carattere nazionale se la classe dirigente irpina (ieri come oggi) non si fosse rivelata insensibile e incolta rispetto alle potenzialità culturali del territorio.

Tornando all’oggi, basta connettersi al sito web del “Laceno d’Oro” (uno dei più apprezzati nel panorama festivaliero italiano) per scoprire le interessanti iniziative realizzate nell’ultimo decennio. Meno reclamizzate, ma non meno significative e sempre più evidenti, sono le numerose iniziative “collaterali” che hanno riscosso un importante consenso di pubblico e critica e concorrono a far conoscere il “Laceno d’Oro” e l’Irpinia anche oltre i confini regionali e nazionali. L’esempio più eclatante riguarda la riscoperta di Elvira Coda Notari, prima regista e produttrice del cinema italiano, che ad Avellino è stata anticipata fin dal 2014 con il progetto “La film di Elvira”, in sinergia tra la Cactusfilm di Licio Esposito, il “Laceno d’Oro” e “CinemaSud”, approdando successivamente a Francoforte e nei luoghi della Notari (Salerno, Napoli, Cava dei Tirreni), che quest’anno è stata una “star” nei festival di Eindhoven, L’Aja, Bruxelles e alla stessa Mostra di Venezia, che il 31 agosto ha ospitato la prima mondiale del film di Valerio Ciriaci Elvira Notari. Oltre il silenzio.

Dal cinema muto a Totò, a cui è dedicata in questi giorni una grande Mostra a Napoli, al Palazzo Reale. All’indimenticabile “principe della risata” il Festival irpino dedicò una Mostra, meno glamorous e costosa ma di indubbio valore scientifico (a cura di Orio Caldiron e Matilde Hochkofler), nel 2017, nel 50° anniversario della scomparsa.

L’elenco delle Mostre documentarie, realizzate in prevalenza con la curatela scientifica del compianto Caldiron (uno dei maggiori storuici del cinema in Europa e a lungo docente all’Università “La Sapienza”) e con il progetto grafico di Rosy Ampollino, sarebbe lungo da ripercorrere. Meritano di essere ricordate, tuttavia, almeno quelle sulla rivista “Hollywood”, ospitata nel 2018 anche al PAN di Napoli; Leone Factory, a cura di “CinemaSud”, su Sergio e Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, illustre regista del muto a cui è stato dedicato quest’anno un volume di autori vari (La cavalcata dei sogni, a cura di Silvio Alovisio e Caterina Taricano) dal Museo Nazionale del Cinema e dall’Università di Torino; le prime esposizioni sui film tratti o sceneggiati da due grandi scrittori di origini irpine, Giuseppe Marotta e Dante Troisi. E nei giorni dell’uscita in sala di Un semplice incidente, il nuovo film di Jafar Panahi, fa onore all’Irpinia ricordare che al regista iraniano perseguitato dal regime fu dedicata, il 5 maggio 2011 al Cinema Partenio di Avellino, una duplice iniziativa di solidarietà: la proiezione di una sua intervista rilasciata al regista italiano Carlo Damasco (con una folta risposta di pubblico all’appello lanciato da “CinemaSud”, Centrodonna Avellino, ImmaginAzione, Zia Lidia Social Club, Centro Studi Cinematografici) seguita dal film Offside, vietato in Iran, come evento speciale del cineforum Visioni. (I recenti dossier di “CinemaSud” sulle registe palestinesi ed afghane, e prossimamente dell’Iran, non nascono per caso).

Last but not least, nell’anno che segna, contemporaneamente, importanti anniversari per il Festival (50° edizione), per Camillo Marino (centenario della nascita) e per Pasolini (50 anni dalla morte), la storia e i valori del “Laceno d’Oro” hanno occupato uno spazio nella recente mostra documentaria – ampliamento di quella allestita  per il “Laceno d’Oro” 2021 al Circolo della Stampa di Avellino – dedicata a Pasolini all’Università di Salerno dalla Biblioteca UNISA e da “CinemaSud”: la sala gremita di studenti alla presentazione di Geografie pasoliniane (La Valle del Tempo editore) e le centinaia di visitatori alla Mostra, in prevalenza giovani, ha rappresentato un importante momento di congiunzione ideale, e visiva, tra la storia, il presente e un futuro possibile. La sfida continua, a partire (ancora) dal Cinema Eliseo.

Sandrelli e Pupi Avati al Laceno d’oro

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