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Il lavoro? “Un sequestro di persona”

di Monia Gaita

Facciamo i conti, nostro malgrado, con la mancanza di lavoro, e forse non sarebbe azzardato dire, con la sparizione del lavoro.

Un fuggi fuggi di opportunità che miete vittime a profusione: è la sterminata fanteria dei disoccupati.

Siamo seduti sulle macerie, su un pavimento infranto e traballante, proviamo il senso di sconfitta dei tifosi vinti nel dopopartita.

Non ci sono quasi più neppure i cortei popolari tra tanti partiti dal corpo svuotato che hanno patito parecchie mutazioni.

Siamo la generazione degli orfani: orfani di garanzie, di certezze, di prospettive, di lavoro. Molti di noi hanno già elaborato il lutto – e dopo aver pianto esprimendo cordoglio al cospetto della salma, le ceneri raccolte e riposte nell’urna – sono rassegnati e stanchi, avendo licenziato pure la pratica della lagnanza.

Quale idea di futuro piazzare al centro del nostro agire se i venti del disincanto spazzano i luoghi dell’offerta da nord a sud?

La politica ha smesso di generare speranza e raccattiamo i dividendi del poco necessario a sopravvivere, i resti di chi a malincuore si accontenta.

È come se il sogno fosse esentato dal sognare. Ho una laurea in legge? Non è sicuro che svolgerò la professione di avvocato. Potrei dover ripiegare su qualcosa di diverso.

Sono irritato e preoccupato per il lavoro intermittente e irregolare?

Devo tenermelo stretto, non ho altro.

Ma che democrazia è quella che non attiva interventi per arginare il tracimare del piacere-diritto non corrisposto e del lavoro precario?

In Italia i contratti a termine toccano il 17%. Facciamo tutto come se avessimo innestato il pilota automatico del: purtroppo le cose vanno così.

Invece no, perché il lavoro dovrebbe smetterla di prendere in ostaggio il lavoro, rispondendo con gli anticorpi della dignità e delle occasioni.

C’è uno strappo nel tessuto sociale e imprenditoriale del Paese, l’escrescenza di un malcontento che mina la fiducia nelle istituzioni dalla base.

Nella sofferta nostalgia di punti fermi si è prodotta una dissimmetria tra il lavoro e la soddisfazione che reca e che dovrebbe recare.

Ci siamo bevuti parecchie chance, siamo precipitati nel buco nero dei bisogni, e ora comporre la rotta di ciò che sarà il domani, con determinazione, coraggio e pazienza, diventa davvero assai difficile

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