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Il mito del Che a 50 anni dalla morte 

La sua immagine, oggi, a cinquant’anni dalla morte è su poster, magliette e ogni tipo di gadget. Il mito di Ernesto Guevara, detto il Che (per la sua abitudine di pronunciare questa breve parola in mezzo ad ogni suo discorso, una specie di cioè) si rinnova anche così nella società del consumismo sfrenato e contribuisce a rendere leggenda una delle figure storiche più conosciute, importanti e studiate del XX secolo. Muore il 9 ottobre 1967, assassinato da un gruppo di militari boliviani dopo la sua cattura.

Ha partecipato da protagonista alla rivoluzione cubana, ha spostato il movimento castrista e lo stesso Fidel su posizioni comuniste anche se subito dopo il Che ha abbandonato i suoi incarichi di governo e cominciato una nuova impresa rivoluzionaria in Bolivia. E’ come tutti gli eroi pazzi e visionari alla ricerca di una morte gloriosa che antepone alla risoluzione dei problemi.

Come molti rivoluzionari, Guevara non nasce povero ma è un figlio della borghesia agiata di Rosario de la Fe in Argentina. Il padre è ingegnere civile, la madre una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi e che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. La sua vita avventurosa come un romanzo parte da una passione: la guerra civile spagnola del 1936 che finisce male per la sinistra e che consacra una nuova dittatura in Europa, quella di Francisco Franco. Alla fine della seconda guerra mondiale il Che parte per un viaggio in America Latina. Cile, Perù, Colombia, Venezuela, Guatemala. In quest’ultimo paese frequenta l’ambiente dei rivoluzionari e conosce una giovane peruviana , Hilda Gadea, che diventerà sua moglie.

Ma è in Messico che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana e una identità di vedute sull’analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico statunitense. Fidel propone al Che di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba. Guevara si rivela prezioso come abile stratega e combattente impeccabile. Dopo la vittoria assume diversi incarichi ministeriali nel governo dell’isola, soprattutto in campo economico e guida anche il ‘Banco Nacional’ ma irrequieto per natura non si accontenta di aver buttato giù un tiranno come Batista e parte per una nuova rivoluzione, quella boliviana dove perde la vita.

Oggi a cinquant’anni anni dalla morte, la sua figura è entrata nel mito per tante generazioni rappresentando l’inquietudine del mondo giovanile. In tanti lo hanno criticato ma in tanti lo hanno osannato e quasi santificato. Ha immaginato e sperato di costruire un altro “mondo” e un altro modo di vivere lottando per gli ultimi e per gli emarginati. Una lezione lasciata in eredità anche alla figlia che oggi fa il medico e vive a Cuba. Quando qualche tempo fa è venuta in Italia, a Genova, gli hanno chiesto se è difficile essere la figlia del Che, una icona mondale. Lei ha risposto: “Era argentino, ma seppe rompere le frontiere, ha raggiunto culture diverse, anche in india , qui in Europa, in Giappone adorano mio papà. Però, nella mia vita di tutti i giorni, sto con i piedi per terra e faccio il mio lavoro di medico pediatra. Una volta addirittura una collega con cui lavoravo da un anno al pronto soccorso mi disse: ma ti ho visto in televisione che parlavi di tuo padre il Che, ma perché non me lo hai mai detto? E io: ma tu mica mi hai detto come si chiama tuo padre!”. Ironia e umiltà nelle sue parole mentre il padre è un mito che ha scavalcato il recinto della sinistra e che è entrato nella storia collettiva.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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