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Lo slittamento a destra del baricentro politico europeo coglie il Partito democratico a metà di un guado dall’approdo incerto, nella difficile ricerca di una leadership capace di sostituire quella ormai rottamata di Matteo Renzi, senza spaccare il partito e senza ridurne ulteriormente la capacità di presa sull’elettorato progressista. Le grandi manovre in vista dell’appuntamento per le elezioni europee di maggio sono già iniziate e vedono all’opera due protagonisti del calibro di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, che proprio ieri si sono incontrati a Marsiglia probabilmente più per annusare le reciproche intenzioni che per gettare le basi di un accordo, ancora prematuro.

Le strategie dei leader dei due paesi sui quali si sono finora retti gli equilibri dell’Unione sono in parte divergenti. La cancelliera tedesca si è portata avanti col lavoro indicando il nome del candidato suo e del Partito popolare alla guida della prossima Commissione. Manfred Weber, cristiano-sociale bavarese,  capogruppo del Ppe al parlamento uscente, si presenta con un programma di apertura al dialogo con le componenti “sovraniste” del panorama politico continentale, senza escludere compromessi con le punte più estreme, dall’ungherese Viktor Orban (che aderisce al Ppe) all’italiano Matteo Salvini. Del resto, le alleanze a destra sono una costante del Ppe a egemonia tedesca, ed hanno finora consentito ai popolari di mantenere il controllo delle istituzioni comunitarie (oggi guidano la Commissione, il Consiglio e il Parlamento).

Emmanuel Macron si muove in un’ottica diversa. Consapevole del rischio di una forte presenza antieuropea nell’assemblea che verrà eletta nel maggio 2019, sta tentando di tessere intese fra governi in grado di consolidare un “arco progressista”, post-ideologico e filo-europeo. Il colloquio di ieri con la Merkel rientra in questo disegno, ma nelle settimane scorse il capo dell’Eliseo ha incontrato i suoi omologhi in diverse capitali, con l’obiettivo di far valere nella composizione delle future istituzioni comuni il peso della Francia che, dopo l’uscita del Regno unito sarà l’unico governo europeo membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e quindi dotato di un prestigio internazionale indiscutibile.

Naturalmente il risultato delle elezioni nei 27 Stati membri dell’Unione sarà determinante per soddisfare le ambizioni di Macron e Merkel, visto che spetterà comunque al nuovo Parlamento dare la fiducia alla Commissione eventualmente nominata, col bilancino, dai governi. Ed è qui che si innesta il ruolo di un partito come il Pd italiano, chiamato ad una scelta non scontata. Esclusa l’alleanza con un blocco conservatore appesantito dalle componenti più di destra, i democratici potrebbero puntare a rafforzare l’”arco progressista” che il capo dell’Eliseo sta cercando di coagulare, sottraendosi quindi alle sirene che da sinistra faranno sentire il proprio richiamo ai diversi segmenti nazionali di un Partito socialista europeo in crisi quasi ovunque. Quella di Macron sembrerebbe una scelta quasi obbligata, ma non è così: nella prima intervista rilasciata dopo l’annuncio della propria candidatura alla guida del Pd, Nicola Zingaretti è stato piuttosto guardingo: un’alleanza sarebbe forse  possibile, ha detto, ma a certe condizioni, poiché “escludo di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese”. Distinguo un po’ sofisticato, quando si tratterà di scegliere non tanto fra destra e sinistra quanto fra difesa o mortificazione dell’Europa.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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