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Il cancro dell’illegalità e le deboli risposte

Il dodicenne che porta il caffè negli uffici passa inosservato. Non potrebbe, non dovrebbe. L’imprenditore che produce materiali in quantità minore rispetto a quella dichiarata non potrebbe, non dovrebbe. Chi, sull’onda di un detto antico, “unge le ruote” per ottenere un favore non dovrebbe. Ecc. ecc.

C’è un’illegalità diffusa che, come una piovra, avvolge e uccide ogni buona intenzione del cittadino onesto. Essa è ramificata in molti settori della vita criminale: dall’usura al racket, dai furti all’uso spregiudicato delle risorse ambientali. Chi, con comportamenti consapevoli, legittima un illecito arricchimento violando le regole nei comportamenti sociali, non potrebbe, non dovrebbe. Tutto questo e altro ancora, che fa parte del pianeta dell’illegalità, è certamente noto con le sue evoluzioni dalla notte dei tempi.

La dimensione dell’oggi, però, assume il significato di una pericolosità di inquinamento sociale: un allarme del quale prendere coscienza. Il pubblico che diventa privato è tra i fenomeni dell’illegalità maggiormente presenti.

Il rapporto corruttivo tra chi occupa un pubblico impiego e la sua disponibilità a delinquere, ottenendo denaro o altro, oggi sommerge la cosiddetta società civile.

Si prenda il caso di un modesto impiegato con una retribuzione giusta che, dopo solo alcuni anni di lavoro, senza detenere patrimoni precedenti o eredità note, possiede interi fabbricati, auto potenti e altro ancora: non è forse un clamoroso esempio di scambio illegale? Oppure, ancora un altro caso, tra i tanti che si possono fare: chi, costruendo un edificio con regolare licenza, dovendo realizzare un certo numero di metri quadrati, ne realizza invece quasi il doppio. Potrei continuare all’infinito, fino a giungere a piccoli esempi di comportamenti illegali per il rilascio di documenti o per ottenere un permesso in zone vietate. È ovvio che il patto tra corrotto e corruttore ha elementi di tale visibilità che non può essere ignorato da chi dovrebbe combattere l’illegalità.

C’è un problema, però, che finisce per legittimare questi comportamenti: dove sono i controlli necessari per arrestare questo fiume in piena? E ancora: coloro che si prestano a comportamenti illegali come possono sopportare una macchia che sporca la loro vita? Qui si entra nel concetto di impunità. Si ritiene, probabilmente da parte di chi delinque, che tutto sommato, prima che sia inflitta la pena dovuta, i tempi diventino complici. Perché non ci sono i controlli necessari, né i tempi della giustizia, a volte, sono talmente distanti tra il fatto commesso e la pena da comminare, da finire con la prescrizione del reato. Incide su tutto anche un sistema burocratico sonnolento che si avvita su se stesso tra ricorsi, allungando i tempi della definizione di un reato.

C’è ancora un altro aspetto su cui indagare. L’illegalità, dicono alcuni, fa aumentare il solco tra ricchezza che cresce e povertà che dilaga. Ma qual è il prezzo sociale?

Con questa nota non intendo assolutamente, pur denunciando — come da anni avviene per quanto mi riguarda — comportamenti illegali, esaurire una riflessione che merita grande attenzione e lancia ancora una volta un allarme. Essa intende offrire un pensiero su una condizione legata ai nostri comportamenti. Forse non ci offrono una vita dolce, almeno però aiutano coloro che devono controllare, così come chi è propenso alla corruzione, a stare al proprio posto. E soprattutto aiutano chi ha il dovere di dare risposte a intervenire, ripristinando la legalità e non chiudendosi in complici silenzi.

Se così non fosse, allora sarebbe giusto cancellare il termine “società civile”.

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Gianni Festa

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