Martedì, 8 Settembre 2026
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Sarà stato intempestivo e anche maleducato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori quando ha puntato l’indice sulla segreteria del Pd ed ha rilanciato, parafrasandolo, l’anatema che fu a suo tempo di Nanni Moretti: con questo leader nessuna svolta: stiamo sacrificando “tratti fondamentali della nostra identità”. Inutile dire che, a stretto giro, contro l’ingenuo che aveva scoperto e denunciato le vergogne del sovrano si è scatenato il fuoco di sbarramento dei benpensanti, schierati a difesa di un fortino che peraltro nessuno sta assediando. Finché lo stesso Zingaretti  ha rilanciato a modo suo la palla che Gori gli aveva tirato contro. Continuare così, rinviando la soluzione dei problemi in attesa di tempi migliori che da soli non verranno, ha detto, sarebbe da “irresponsabili”. E ha elencato i nodi di un lungo contenzioso che rischia di trascinare il governo in una palude senza fine: Autostrade, Alitalia, siderurgia, decreti sicurezza, nomine…Non si tratta solo di temi programmatici, che pure sarebbero importanti: Zingaretti ha ben chiaro che al fondo c’è la questione tutta politica di una maggioranza che un anno dopo la sua fortuita nascita stenta ancora a trovare una ragion d’essere che non sia l’impedire a Salvini di agguantare il potere. E il paradosso è più che evidente: lo spettro incombente dell’uomo nero è sufficiente per cementare a Roma un governo che non vede alternative, ma non basta a costruire alleanze locali nelle regioni in cui si andrà al voto a settembre. “Ridicolo!” scandisce il segretario, che poi prosegue allarmato: “Se tutto rimane così, può andare a finire molto male”. Ed è vero, perché se a conti fatti il risultato delle regionali di settembre dovesse confermare il trend di quelle tenute nel 2018-19 (vinte dalle destre) le ripercussioni a livello nazionale non si farebbero attendere. E se il Pd non riuscisse a replicare la formula che ha portato Bonaccini alla vittoria in Emilia Romagna, per Zingaretti suonerebbe la campana dell’ultimo giro.

L’altolà è rivolto sia ai Cinque Stelle che a Giuseppe Conte, perché l’insoddisfazione del Nazareno è duplice: chiama in causa il governo ma anche il partner di maggioranza che non vuol diventare alleato. Ma a ben guardare dietro c’è dell’altro, ed è esattamente il limite del Pd zingarettiano, schiacciato sull’esperienza di governo, privo di progettualità politica, ridotto alla difesa di una legislatura che, giunta a metà del suo percorso naturale, è ancora alla ricerca di una prospettiva. Due governi di segno opposto ma con la stessa guida restano un equivoco che solo una coraggiosa impronta programmatica del Conte II avrebbe potuto dissipare, rassicurando i piddini. I primi quattro mesi dell’anno, complice l’emergenza Covid, hanno accantonato il problema, allontanato la resa dei conti con la realtà, che ora si avvicina. Scartata come un  corpo estraneo la proposta riformista e postideologica di Matteo Renzi, il Partito democratico non ha saputo scegliere una via alternativa: quella di impostazione postcomunista, che pure appare ad alcuni suggestiva, è del tutto inservibile; un’altra non si vede. Anche la collocazione europea del partito è ambigua: Renzi aveva portato il Pd nella famiglia socialista, con la pretesa di assumerne il comando; ora con Zingaretti la navigazione va da Merkel a Macron; ma il governo (cioè Conte) è ancora preda di suggestioni grilline. Risultato: il Pd sembra privo di una bussola, una volta si diceva “in mezzo al guado”. Sostiene il governo ma non lo controlla; si fida si Conte ma al tempo stesso ne teme le ambizioni. Goffredo Bettini, l’oracolo che da Bangkok sembra ispirare la politica del Nazareno, ora dice che va tutto bene, ora che il momento delle scelte si avvicina. La seconda ipotesi è quella più prossima alla realtà.

di Guido Bossa

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