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Il mantra che accompagna l’azione del governo giallo-verde è la dura critica alla classe dirigente che li ha preceduti e l’accentuazione del conflitto con i vertici della commissione europea poi parzialmente ammorbidite dalla necessità di evitare una contrapposizione con Bruxelles. Due avversità non due proposte costruttive. Il rancore che anima la gran parte del nostro paese è il collante che unisce due forze molto diverse. Del resto oggi contano i leader non i partiti. Il Parlamento è sempre più un palazzo vuoto di potere tanto che ormai quasi tutte le forze politiche pensano di ridurre il numero di deputati e senatori. Le premesse di un’azione di governo concentrata molto sulle promesse e poco sui fatti c’erano tutte. I Cinque Stelle nascono sull’onda di un Vaffa che è ovviamente uno scaricare le colpe di ciò che non va sugli altri su chi comanda e allora quando si va al governo la politica non cambia. Si urla lo stesso contro un nemico esterno e in questo caso l’intesa con Salvini che ha più o meno gli stesi obiettivi è scattata automaticamente. L’avversario perfetto è l’Unione Europea piena di burocrati super pagati. I governi Berlusconi e Renzi si erano mossi più a zig zag ma non avevano risparmiato critiche a Bruxelles. Stavolta si è andati oltre perché c’è un calcolo elettorale in più. Dire no a questa Europa è il punto di partenza della prossima campagna elettorale per Di Maio e ancora di più per Salvini.  Il leader della Lega che sta provando a tessere la tela dei sovranisti non gioca una partita in solitudine. Marine Le Pen che guida la destra francese sostiene infatti che la bocciatura della nostra manovra economica è una decisione solo politica nei confronti di Salvini, punito perché ha fatto dell’anti europeismo e delle politiche anti austerity il proprio vessillo. Queste posizioni stanno prendendo sempre più forza anche perché culturalmente prima ancora che politicamente la Lega pur avendo meno numeri parlamentari appare la vera forza trainante del governo.  I sondaggi testimoniano questa continua crescita e così rispetto al voto del quattro marzo la Lega ha quasi raddoppiato i consensi penetrando – secondo un’analisi svolta da Ipsos di Pagnoncelli – in aree territoriali un tempo assai distanti come il Mezzogiorno e  tra ceti molto diversi tra loro casalinghe e pensionati ma anche  imprenditori, dirigenti e  dipendenti pubblici. Inoltre cresce l’astensione ma la Lega aumenta il proprio consenso grazie alla forte tenuta dell’elettorato, a differenza delle altre forze politiche che fanno segnare un’uscita di elettori. I motivi sono da ricercare nella capacità di Salvini di attuare le sue politiche a partire dal decreto sicurezza votato dal Parlamento e fortemente voluto dalla Lega e molto meno dal Movimento Cinque Stelle. Il senso politico di questo passaggio è evidente. La Lega con questo provvedimento consolida la sua forza egemonica sulla coalizione di governo che è sempre più a trazione leghista. E anche l’idea di Salvini di salire sulla ruspa che ha demolito una villa dei Casamonica a Roma fa parte della sua “cultura” politica che tanto concede alla spettacolarizzazione e alla demagogia. Salvini insomma assume un ruolo di difensore delle istanze popolari anche quando esercita come ministro dell’Interno una funzione istituzionale. Del resto il giurista Sabino Cassese ha ricordato che proprio Salvini “in una intervista al Time ha dichiarato che non esiste più conflitto tra destra e sinistra, ma tra popolo ed élite, mettendosi dalla parte del popolo. Ma una élite è composta dai detentori del potere, dalle persone in posizione direttiva che governano la società. Dunque lui ora fa parte dell’ élite. E parola di Vilfredo Pareto la storia è un cimitero di élite”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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