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Il primo tempo della partita post-elettorale si è chiuso con la conferma dell’asse di ferro stretto nelle urne fra i Cinque stelle e la Lega. Nella spartizione dei posti disponibili negli uffici di presidenza delle Camere, solo 2 su 36 sono andati al principale partito d’opposizione –il Pd – che, benché sconfitto, resta il secondo gruppo parlamentare per consistenza numerica.

Penalizzata anche la destra di Fratelli d’Italia, che pure fa parte della coalizione che con Matteo Salvini sostiene di aver vinto le elezioni e quindi pretende la guida del governo. Nella trattativa con Di Maio, il capo della Lega ha tutelato solo il partito di Berlusconi, cui sono andate la massima carica di garanzia, la presidenza del Senato, oltre ad un buon numero di poltrone negli altri incarichi istituzionali. Con queste premesse, si potrebbe ipotizzare che anche il secondo tempo della partita, quello del governo, sia destinato a chiudersi rapidamente con la conferma di un accordo ormai consolidato.

Non sarà così, invece, perché questa volta la spartizione non ci potrà essere: il posto a disposizione è uno solo, e la verticalizzazione del potere che negli anni ha fatto passi da gigante, ha modificato prassi un tempo riconosciute, per cui oggi non ci sono ministeri pur importanti che possano bilanciare in un esecutivo di coalizione il peso politico, la visibilità anche internazionale e il prestigio del presidente del Consiglio. Il governo che nascerà, se verrà confermato il patto tra i vincitori, sarà il governo Di Maio o il governo Salvini, e in questo caso uno dei due, quello che risulterà sacrificato, sarà considerato sconfitto.

Nessuno dei due vorrà fare il vice dell’altro: per evitare il crudele gioco della torre (chi dei due butteresti giù), bisognerebbe che entrambi i contendenti decidessero di rinunciare alle proprie legittime ambizioni a favore di un terzo candidato, gradito ad entrambi, di cui tuttavia al momento non si intravede il profilo esatto, anche se alcuni nomi cominciano a circolare. Finora, il solo Matteo Salvini è sembrato disponibile a un passo indietro, ma quando ha chiesto all’alleato-rivale di fare altrettanto si è sentito rispondere picche: i grillini continuano a sostenere che Luigi Di Maio è stato incoronato dalla volontà popolare (undici milioni di voti su circa trentatré, e comunque non si votava per il capo del Governo), e quindi non c’è discussione. Insomma, il governo è ancora un rebus da sciogliere.

Siamo solo alle schermaglie iniziali, una pretattica della quale fanno parte anche gli incontri che i capigruppo dei Cinque stelle hanno organizzato con gli altri partiti, quasi anticipando le consultazioni che il Capo dello Stato avvierà a partire da mercoledì prossimo. Hanno risposto solo Lega, Forza Italia e Liberi e Uguali: un po’ poco per trarre qualche conclusione, e inoltre resta fermo l’ostracismo contro Berlusconi. Più decisivo potrebbe essere il faccia a faccia fra i due vincitori, subito dopo Pasqua. Con queste premesse, è difficile che il primo giro di consultazioni di Sergio Mattarella si concluda con un risultato positivo. Ce ne vorrà un secondo, limitato ai partiti pronti ad allearsi su un programma concordato. E’ solo in questa fase che potrebbe rientrare in gioco il Partito democratico, o per rafforzare la posizione di uno dei due contendenti o, più probabilmente, per dare una base parlamentare più solida all’accordo. Ma finora le aperture dei grillini verso il Pd, contraddette da un esercizio muscolare dello spoil system parlamentare, non fanno intravedere una soluzione.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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