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Eccoli pronti a salire sul carro del vincitore. Dimenticarsi del passato e, lancia in resta, gettarsi tra le braccia del potere che può elargire qualcosa. Basta una mancia, uno straccio per convincerli a cambiare opinione. Non idea. Quella resta nascosta, scavata nella mente e nel cuore. Li chiamano in tutti i modi: voltagabbana, cambia casacca, politici banderuola, gattopardi, nipotini di Talleyrand, transfughi, ribaltonisti, fino a paragonarli ai mercenari e così via. In sintesi, un solo termine: trasformisti. Non si annidano solo in politica. Questa “malarazza” la si trova anche nei sindacatiella burocrazia, tra gli intellettuali opportunisti.

Nella crisi della politica e dei partiti, come avviene in questo tempo, essi occupano un grande spazio. Con il loro essere camaleonti possono mettere in crisi una Istituzione e giungere fino al punto di far cadere un governo. La storia d’Italia abbonda di episodi di questi tipo. I trasformisti, nel secolo scorso, venivano bocciati senza riserve sul piano morale per il loro comportamento. Poi, con il crollo delle ideologie, la corruzione dilagante, i partiti sempre più attestati sulla compravendita di parlamentari, la loro figura è apparsa meno sbiadita anzi sempre più ingombrante. Con il declino della coerenza sono loro i mattatori. Non è certo trasformismo invece quando qualcuno tenta di immettere in forze estranee alla propria cultura originaria un seme di cambiamento e sviluppo. Ma si tratta solo di un esempio molto raro in un contesto in cui per lo più ci si abitua ad un modello “merceologico”. In alcuni trattati di sociologia, infatti, si tenta di giustificare l’atteggia – mento dei voltagabbana affermando che non sarebbe peccato politico cambiare opinione.

Tuttavia questo modo di fare, che allontana come si è visto l’elettore dalla cabina, finisce per irritare chi conserva un minimo di coerenza e, soprattutto, nella propria vita ha maturato una fede politica che non gli consente opportunismo. E’ capitato, in queste ore, di ascoltare importanti vertici (e non solo) del Partito democratico i quali sostengono di aver cambiato opinione nei confronti della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. I lecca-lecca vanno sempre di moda. Ci può anche stare la considerazione che la sua vittoria alle elezioni sia frutto di una serrata opposizione al governo in carica, alla capacità di condurre una campagna elettorale con uno stile moderato, ma fare paragoni con monumenti della politica del post guerra, significa oltrepassare la misura. L’esagerazione a volte può trasformarsi in involontaria ironia.

Bisogna ritornare alla fine Ottocento (1876) allorché Agostino Depretis, capo riconosciuto del partito della Sinistra e da poco presidente del Consiglio dei ministri, attuò una vera e propria “rivoluzione parlamentare”: la sostituzione alla guida del Paese della Sinistra alla Destra storica che aveva governato l’Italia dall’uni – tà d’Italia in avanti. Cavour fu vittima eccellente di quel periodo. Oggi, paradossalmente, a distanza di 146 anni, il quadro che si presenta in politica, con le dovute differenze e il diverso contesto, sembra ripetersi. Il centrosinistra, che ha governato l’Italia con gli ultimi esecutivi, è stato sconfitto dal centrodestra che ora assume la responsabilità di governo in un momento terribile per l’economia del Paese, tra pandemia, guerra in Ucraina e conseguente impazzimento dei prezzi e delle bollette. Riuscirà Giorgia Meloni a superare tutte queste difficoltà? Tra i tanti ostacoli che avrà di fronte, inoltre, la pratica del trasformismo è decisamente il più subdolo. Perché influisce sulla geografia politica parlamentare e costringe il governo a dover fare i conti di volta in volta con la sua maggioranza. Tutto può accadere considerato che un livello altissimo di trasformismo è stato raggiunto nell’ultima legislatura: ben 302 cambi di casacca. E’ una mina contro la stabilità del governo. Ma è anche una lezione per i futuri governanti.

di Gianni Festa

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