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Perchè il Sud non decolla? Quale maledizione incombe su di esso? Tanti sono gli interrogativi. Alcuni ripetitivi, altri che si coniugano con l’emergenza. E’ vero: i mali del Mezzogiorno d’Italia sono antichi, ma ad essi si aggiungono quelli legati ad una modernità, purtroppo in notevole ritardo. Un esempio. Nel dibattito attuale sul reddito di cittadinanza le opinioni sono discordi. C’è chi ritiene che esso sia la misura più idonea per creare nuova occupazione e crescita e chi, invece, lo colloca in quel filone di assistenzialismo che favorirebbe la fuga dal lavoro, con la creazione di un reddito garantito. L’esito si conoscerà solo quando questa misura, voluta dal governo gialloverde, produrrà i primi effetti. Tuttavia, qualunque possa essere il risultato non sembra che esso possa segnare una svolta per la ripresa dell’economia meridionale. Andiamo oltre.
Un dato incontestabile del mancato decollo del Sud è soprattutto nel ruolo svolto dalla sua classe dirigente. Essa è giacobina nei centri di potere, laddove si decide, e forcaiola nei territori che rappresenta. Vale la pena recuperare la memoria per ricordare che in quasi tutti i dibattiti svoltisi sul rilancio del Mezzogiorno le aule parlamentari hanno brillato per assenze, soprattutto dei meridionali sono stati investiti dal mandato di rappresentanza.
Tutto qui? Certamente no. Si potrebbe aggiungere il ritardo con cui si procede alla costruzione delle opere infrastrutturali che, fatta eccezione per il periodo d’oro della Cassa per il Mezzogiorno, oggi vanno a rilento. Tuttavia, uno dei nervi scoperti della questione meridionale è da sempre la gestione del credito. Tassi che a volte sfiorano l’usura, politicizzazione delle banche con concessione di fidi con molta discrezionalità, e con importi variabili a seconda dell’influenza degli amici degli amici.
Non solo. La raccolta del risparmio nelle aree meridionali, trasferita al nord per investimenti produttivi, è un ulteriore danno che si crea per le zone più deboli del paese. In realtà un nuovo e preoccupante fenomeno si va registrando nel rapporto credito- Sud. Riguarda il depotenziamento delle banche meridionali. E’ il caso del Banco di Napoli che, dopo quasi sei secoli di presenza nel Sud, dal 26 novembre, è stato definitivamente incorporato in Intesa san Paolo di Torino. Nel merito significativa, pur in un assordante silenzio della politica meridionale, è stata la presa di posizione dell’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Egli, con grande amarezza, ha commentato questa decisione. «Non vorrei che questo doloroso commiato – ha affermato il presidente emerito- riflettesse un ulteriore indebolimento dell’attenzione e della comprensione, a livello nazionale, per gli attuali ancor oggi così gravi problemi di Napoli e del Mezzogiorno. Il Banco di Napoli ha costituito una grande realtà rappresentativa dei ceti produttivi e del popolo dei risparmiatori delle regioni meridionali dando – pur tra non pochi alti e bassi- contributi essenziali nel contrastare lo squilibrio tra Nord e Sud, ovvero la principale tara dello sviluppo nazionale». Parole amare. Evidenziano l’ennesima penalizzazione per il Mezzogiorno. Dopo la fuga dei cervelli, ora scappa anche il credito.

di Gianni Festa esito dal Quotidiano del Sud

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