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In alcune interessanti riflessioni settimanali del nostro Quotidiano sono emerse delle significative proposte di risveglio civile e culturale da concretizzare durante l’attesa, auspicata e positiva ripresa autunnale. Tra le questioni di fondo prevalenti all’interno di questo risveglio, c’è il rilancio della dimensione narrativa nel perimetro intergenerazionale, intesa come la capacità permanente di andare oltre il momento presente e sentirsi parte di una storia che è narrata di generazione in generazione. Credo che l’attuale emergenza culturale e la ricerca affannosa di approdi esistenziali delle giovani generazioni passi proprio attraverso la riscoperta di una paziente e sincera narrazione quotidiana fuori dai paradigmi affettivi tradizionali per fecondare di speranze positive lo spazio familiare, sempre più in affanno. La realizzazione di questo paziente sforzo narrativi coinvolge direttamente i nonni: non c’è mai stato un momento storico ed esistenziale come l’attuale in ordine al grande bisogno di pedagogia familiare, umana e sociale, svolto dai nonni. In tal senso i nonni costituiscono davvero una risorsa sociale e culturale preziosa, peraltro gradita e richiesta da uno stragrande numero di giovani. Le ragioni di questa domanda sono note: il ridottissimo momento di incontro intrafamiliare giovani -genitori, per ragioni di lavoro, per l’ossessione di molti programmi televisivi, talvolta per differenti approcci con i figli tra padre e madre e tante altre variabili negative. I nonni, invece, sono comunque presenti, vicini o lontani fisicamente, sarà per il servizio di scuolabus, sarà per qualche ricorrenza familiare tradizionale, sarà per lo stesso rapporto scuola- famiglia, spesso delegato ai nonni. In buona sostanza sembra che l’osmosi affettiva, umana e sociale, intergenerazionale regge di più alla sempre presente crisi della famiglia. Pertanto è fondamentale che quest’osmosi avvenga su basi non familistiche e tradizionale ma con itinerari narrativi sempre percorribili. L’esperienza della fragilità giovanile probabilmente ha bisogno di ritrovare identità nuove e l’orgoglio dell’appartenenza ad una storia familiare che varca gli angusti confini del presente, che sostituisca i limiti del consumismo e degli egoismi intrafamiliari con segmenti narrativi concreti, appassionanti, inediti, che favoriscono la promozione del noi anche laddove primeggia deleteriamente l’io. Cultura che favorisca la capacità di amore, il lievito della speranza, le certezze del presente sulla scorta dell’accaduto del passato, non il grande accaduto della grande storia ma quello che i giovani avvertono come proprio, in quanto riscoprono il senso profondo dell’appartenenza. E’ davvero probabile, quindi, che quello che i genitori, anche i più premurosi, non riescono a promuovere lo realizzano i nonni. E’ anche vero che questo grande sforzo di pedagogia familiare non ci fa immaginare un “nonnismo” amorale perchè sarebbe un ulteriore aggravamento fallimentare delle famiglie. E’ anche vero che questa risorsa non potrà mai eliminare la primaria funzione dei genitori per coltivare la migliore crescita integrale dei figli. Se questo quadro antropologico e sociale è condivisibile anche la politica deve fare la propria parte per mettere in cantiere interventi sociali che non ignorano la risorsa preziosa dei nonni.

di Gerardo Salvatore

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