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L’insolita folla presente in Piazza Libertà, nelle serate appena piacevolmente fresche della scorsa settimana, induce ad una confortante
riflessione : la comunità avellinese, spesso ignorata ed invisibile, riscopre la sua agorà, foss’anche solo per godersi il refrigerio generato dalle tre fontane, mirabilmente funzionanti, nonostante il fiume di non poche e ingenerose polemiche. Ma all’attento osservatore non è sfuggito che quell’atteso ritrovarsi, come già è stato doverosamente rilevato nel corso di un recentissimo evento, potrebbe costituire il sintomo di un risveglio identitario e comunitario.
Di cui si era perduta la memoria, a fronte di una diffusa sfiducia nei possibili percorsi di cittadinanza attiva, a partire dalle dimenticate e significative radici che hanno caratterizzato la storia della città di Avellino. Spesso abbiamo posto attenzione alle ricorrenti e motivate accuse alla classe politica dirigente in ordine la sua permanente incapacità di promuovere autentici ed esemplari momenti di riaggregazione sociale, culturale e civile. Credo, però, che sia arrivato il momento di ricercare le cause più complesse della denunciata disaggregazione in spazi e soggettività importanti, comunque presenti ed operanti all’interno del tessuto sociale cittadino : la famiglia, la scuola, la chiesa locale, le forze sociali, l’artico – lato e consistente mondo del volontariato e della promozione sociale. Non sono pochi ad immaginare l’eventua – le approdo se questa realtà comunitaria dovesse riscoprire e riappropriarsi di compiti e responsabilità nuove , ma da sempre presenti, in consonanza di una domanda sociale e civile collegata alla crisi di una società “liqui – da”, tanto per usare una delle aggettivazioni più ricorrenti . Nella sostanza non è inopportuno domandarsi se la democrazia associativa, attualmente consistente ma non ancora consapevole delle proprie enormi potenzialità, dovesse riscoprire se stessa e abbandonare il deleterio e comodo muro del pianto, per imboccare la via della tanto invocata cittadinanza attiva, anche l’affollata Piazza Libertà nelle serate richiamate potrebbe diventare una vera agorà nell’at – tuale epoca post-moderna. Le insipide balbuzie di una classe politica, autoreferenziale e ossessionata solo dalla conservazione delle posizioni di potere raggiunto che spazio avrebbero ancora? Se l’incontro serale di tanti cittadini in Piazza Libertà, invece di essere un banale momento per parlare del periodo feriale programmato o di quello già trascorso, si trasformasse in un significativo momento di discernimento comunitario sulle potenzialità civili e politiche che ogni cittadino, singolo o associato, comunque possiede oltre i confini del proprio ambito familiare, i problemi sociali irrisolti – servizi pubblici parenti, problemi ambientali e del territorio sottovalutati, selezione oculata della classe politica dirigente a tutti i livelli istituzionali, diritti e doveri in ambito lavorativo pubblico e privato, tasso di povertà in ascesa e problemi migratori , percorsi di testimonianza cristiana credibili, iniziative di solidarietà di chi pur non essendo cristiano , crede nei valori etici universali- potrebbero essere affrontati e risolti con maggiore consapevolezza ed efficacia? La risposta, infine, la ricaviamo dagli esemplari risultati di tante micro-situazioni, positivamente risolte dai tenaci e responsabili itinerari di cittadinanza attiva realizzati nella scuola, nella parrocchia, o in altri ambiti relazionali . La risposta, infine, è collegata alla consapevolezza del nostro primario compito di impegnarci direttamente nell’agone civile, sociale e politico, senza aspettare che altri risolvano i problemi che sono, comunque , sempre anche nostri. Allora la dedica toponomastica della Piazza principale alla libertà può avere un significato pregnante foriero di speranza e di un proficuo risveglio civile, culturale e politico.

GERARDO SALVATORE, Il Quotidiano del Sud, 08/08/2017.

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