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Dalla fine del XVIII secolo si diffuse in tutte le marinerie del mondo il mito del vascello fantasma, i marinai avevano il terrore di imbattersi in un vascello fantasma condannato a navigare in eterno, senza mai poter tornare a casa, con un equipaggio formato da spettri. Secondo la leggenda si trattava di un vascello comandato da un capitano olandese che aveva cercato di doppiare il Capo di Buona Speranza, perdendosi nella tempesta. La leggenda divenne popolare anche al fuori dell’ambito marinaresco quando, nel 1843, Wagner compose l’opera chiamata appunto l’Olandese Volante o il vascello fantasma.

La leggenda del vascello fantasma mi è tornata in mente ripensando ad un altro vascello, un cargo mercantile, denominato Marina, battente bandiera di Antigua Barbuda, che nella notte fra il 2 ed il 3 maggio, su segnalazione delle autorità maltesi, ha raccolto 79 naufraghi a sud di Lampedusa. Dal 3 maggio la nave è rimasta ferma a 13 miglia a sud di Lampedusa, in attesa che venisse indicato un porto dove procedere allo sbarco delle persone recuperate in mare, senza ricevere rifornimenti di nessun tipo, salvo i viveri inviati dalla parrocchia di Lampedusa.  Questa vicenda ha messo in luce tutta la vacuità del decreto porti, emesso il 7 aprile dal Ministro delle infrastrutture, con l’adesione del Ministro degli esteri, del Ministro dell’Interno e del Ministro della salute, che ha “chiuso” i porti italiani allo sbarco dei profughi recuperati in mare, al di fuori della zona SAR italiana, da navi battenti bandiera straniera. Nella motivazione il provvedimento considerava non sicuro il territorio italiano per via dell’epidemia valutando che i necessari atti di soccorso ed assistenza spettavano allo Stato di bandiera. Gli scenari di cartapesta, prima o poi sono destinati a sfasciarsi e le finzioni ben presto devono fare i conti con la realtà. In questo caso la realtà ha presentato il conto già il 3 maggio. Non potendo costringere Malta ad accettare lo sbarco e non potendo rischiare un’incriminazione per omissione di soccorso, i ministri interessati si sono dovuti rimangiare il decreto porti, ma lo hanno fatto attraverso un’altra finzione. Dopo 6 giorni di attesa, nella notte fra l’8 ed il 9 maggio il cargo Marina è approdato a Porto Empedocle. La nave è giunta in porto poco dopo mezzanotte ed è ripartita prima delle due, sostandovi un’ora e 44 minuti. Lo sbarco è avvenuto con grande velocità ed è rimasto ignoto ai media. Il problema è stato risolto facendo sparire dai radar dell’informazione la  nave Marina, trasformata in un vascello fantasma.

La pandemia, con il suo carico di drammi umani, non ha suscitato nessun ripensamento rispetto alle idiosincrasie ed ai falsi miti del populismo che hanno avvelenato la politica italiana. Ne è una prova l’indecente braccio di ferro articolato dai 5 stelle per impedire la regolarizzazione della vasta popolazione di migranti irregolari presenti in Italia. Alla fine è stato raggiunto un compromesso, basato sulla considerazione che non si tratta di persone titolari di dignità e diritti, ma di braccia di cui l’economia ha pur sempre bisogno.

Eppure noi continuiamo a pensare che occorre un drastico cambiamento di rotta.

Nel tempo incerto che stiamo attraversando il vascello fantasma è un po’ una metafora della nostra condizione umana. Perdute le certezze di cui eravamo orgogliosi, abbiamo scoperto che la tecnologia e la potenza economica del mercato globale non riescono a salvarci dalla nostra fragilità. Il nostro destino è incerto come quello dei marinai sospinti dalla tempesta verso l’ignoto.

“Storicamente, le pandemie – scrive Arundathi Roy – hanno costretto gli umani a rompere con il passato e immaginare di nuovo il mondo. Questa non è diversa. È una porta, un gateway tra un mondo e il prossimo. Possiamo scegliere di attraversarlo, trascinandoci dietro le carcasse dei nostri pregiudizi e dell’odio, della nostra avarizia, delle nostre banche dati e idee morte, dei nostri fiumi morti e cieli affumicati. Oppure possiamo camminare con leggerezza, con poco bagaglio, pronti a immaginare un altro mondo. E pronti a lottare per questo.”

di Domenico Gallo

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