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Aveva appena compiuto 26 anni, un’età in cui si guarda al futuro con speranza e ottimismo. La vita davanti. Ed invece Giancarlo Siani la sera del 23 settembre 1982 viene ucciso sotto casa sua al Vomero, a Napoli. Parcheggia la sua macchina, una Citroen Mehari di un colore verde inconfondibile, percorre pochi metri e chi lo sta aspettando lo colpisce. Otto proiettili alla schiena. Solo nel 2000 una sentenza ha stabilito che ad ammazzarlo sono stati dei killer affiliati al clan Nuvoletta offesi perché in un suo articolo, Siani ha scritto che l’arresto del boss Valentino Gionta è stato possibile grazie ad una soffiata dei Nuvoletta ai carabinieri.
Non potevano fare la figura degli “infami” agli occhi degli altri boss partenopei e perciò parte l’ordine di uccidere il cronista. Siani è un giornalista giovane e coraggioso. Non era ancora stato assunto dal “Mattino” ma del quotidiano napoletano era corrispondente da Torre Annunziata. Agli inizi degli anni ottanta non c’erano le scuole di giornalismo come oggi, per chi voleva fare il cronista c’era solo la possibilità di frequentare un giornale. Nessun compenso economico ma tanta voglia e passione. Il fratello Paolo, che di professione fa il medico pediatra, ricorda che Giancarlo sfornava una notizia dopo l’altra, quasi mille articoli in pochi anni per descrivere e costruire un’unica narrazione basata sui fatti. Pezzi di cronaca che raccontavano un mondo criminale legato alle famiglie camorristiche della zona, dei loro rapporti con i politici locali per l’assegnazione degli appalti pubblici. Un lavoro assiduo che dava fastidio. Per essere dei bravi giornalisti non bisogna essere degli eroi, bisogna vedere i fatti andando direttamente sul campo e capire le connessioni possibili. Muoversi con cautela ma senza paura tra camorristi, politici corrotti, magistrati e forze dell’ordine. Scrivere per denunciare, articoli come mezzo di lotta.
Siani stesso descrive quella che è la sua idea del mestiere di giornalista “tante volte avere il tesserino, che sia da pubblicista o da professionista, non fa di una persona un giornalista, nel senso che sovente ci si imbatte in pennivendoli sgrammaticati amanti del denaro e della notorietà facile. Essere Giornalista è qualcosa di altro. E’ sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle, è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità, è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro, emarginato. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno. Le parole, mi è sempre stato detto, feriscono più di mille lame, pungolano le coscienze, sono inviti alla riflessione e alla lotta, teoria che diviene prassi quotidiana di esercizio della libertà. Ma le parole possono, anche, se usate in maniera criminale, passare dei messaggi sbagliati, costruire luoghi comuni difficili da abbattere, discriminare, incitare all’odio, creare dei diversi da sbattere in prima pagina come il male assoluto, rendendo le nostre società sempre meno inclusive, transennate dal fili spinato dell’ignoranza e del razzismo”.
Le pallottole dei camorristi spezzano i sogni e la vita di un ragazzo che sarebbe diventato un grande cronista. Giancarlo Siani però non è morto invano. Il fratello Paolo ripete spesso che nei mesi successivi al delitto c’era difficoltà a parlare di camorra nelle scuole. Gli insegnanti ci dicevano: che c’entra la scuola con la camorra, non è cosa nostra. Oggi io non riesco ad andare in tutte le scuole che chiamano. Un cambio di passo che fa ben sperare. Il colore della macchina di Siani era il verde, il colore della speranza. Un sentimento per dirla con le parole di un grande scrittore come Gesualdo Bufalino, che ci portiamo dietro tutta la vita come una malattia infantile.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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