Non nasconde la sua sofferenza Raffaele Mauriello, docente avellinese di letteratura persiana e lingue straniere presso l’Università ‘Allameh Tabatabai’ di Teheran, di fronte alle notizie delle tanti morti nelle proteste in Iran, “Sono proteste nate come rivolte pacifiche di carattere strettamente economico, per poi trasformarsi, dopo 9 giorni, in violente proteste antisistema, anche grazie a una campagna mediatica sostenuta da paesi stranieri con l’obiettivo di destabilizzare il paese. E’ chiaro che accanto alla questione dei diritti civili, c’è una crescente parte della popolazione che fa fatica a soddisfare i bisogni più elementari, con una forte svalutazione della moneta nazionale, anche a causa delle sanzioni. Le proteste rispondono a un reale desiderio di cambiamento ma è chiaro che ci sono state forti ingerenze esterne”. Ribadisce come “manca un’organizzazione politica strutturata con obiettivi e programmi chiari, mancano leader carismatici che possano offrire un’alternativa reale. Esiste una società civile in Iran anche se molti leader dell’opposizione sono in carcere, mentre al di fuori del paese l’opposizione è rappresentata dall’estrema destra sostenuta da Netanyahu o da una sinistra estrema. La forte diaspora iraniana negli Usa, in Canada, in Australia, in Europa, si è fortemente radicalizzata negli anni, alimentando un dibattito internazionale serrato. In tanti si chiedono quale possa essere l’alternativa a questo governo. Né convince la figura di Reza Pahlavi, figlio maggiore dell’ultimo Shah di Persia, chiaramente appoggiato da Israele. E’ nato in Iran ma ha trascorso la sua esistenza fuori dal paese”. E su un possibile intervento degli Usa “Fino ad oggi il presidente Trump ha annunciato dazi del 25% per i paesi che commerciano con l’Iran, con parole che sembrano un incoraggiamento alla guerra civile ma il dato è che la maggioranza della popolazione non è scesa in piazza, a protestare in strada è una fascia ancora limitata della società e c’è ancora una parte del paese che sostiene la Repubblica. Anche se in questi anni il paese ha visto numerose proteste, con una vera crisi di legittimità del sistema. L’intervento degli Usa è possibile, Trump potrebbe puntare su un bombardamento una tantum ma servirebbe a poco o su una vera guerra ma non credo che Trump voglia correre il rischio di tanti morti tra i soldati americani, poiché l’Iran non starebbe a guardare. L’Iran ha un forte sentimento nazionale, sono convinto che il cambiamento ci sarà e verrà dall’interno del paese ma è difficile dire quanto l’Iran dovrà aspettare perché questo accada. E’ anche vero che l’Iran è abituato alla guerra e alla rivoluzioni, ha dovuto fare i conti con colpi di stato e rivoluzioni ma è ugualmente vero che i tanti morti di questi giorni non fanno bene né all’opposizione, né alla Repubblica Islamica”.




