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Juary ricorda il suo trasferimento in Irpinia: “Mi portarono in Italia con l’inganno. Poi Avellino è diventata casa mia”

«Seppi del trasferimento all’Avellino su un aereo per Roma, dove mi avevano convinto a salire con l’inganno: dopo qualche bicchiere di vino, Nicola Gravina, manager che mi seguiva fin da ragazzino, confessò. […] Dove cazzo è Avellino? Non ci vado, protestai, ma lui sorrise: Sai volare? Perché paracadute non ce n’è».

In un’intervista rilasciata a La Stampa, lo storico bomber dell’Avellino Jorge dos Santos Filho, in arte Juary, ripercorre quello che fu un trasferimento alquanto particolare all’Avellino.

Il brasiliano ricorda come non sapeva dove stesse andando, né dove fosse la città irpina. Ma gli è bastato poco per sentirsi poi a casa:

«Dopo un viaggio in auto da Fiumicino ero incuriosito, inquieto, dubbioso. Invece fu la svolta della mia vita, Avellino diventò casa e il presidente un secondo papà: nei momenti bui c’era sempre, negli affari bastava una stretta di mano. I tifosi, la città mi adottarono – continua Juary – e la tragedia del terremoto ci unì ancora di più alla nostra gente. Volevamo portare un sorriso a chi aveva perso persone care o era rimasto senza un tetto. A volte, negli stadi ci urlavano terremotati: pensavano di offenderci, ci caricavano. Incisi anche un disco per beneficenza. Tutti i ricavi destinati alla ricostruzione e all’aiuto di chi non aveva più nulla».

Un periodo nel quale incontrò con numerose personalità, di tutti i tipi: «Ho conosciuto il boss della camorra Raffaele Cutolo, mi voleva conoscere».

Quando finì la storia d’amore con il club biancoverde, fatta di grandi prestazioni e gol divenendo l’idolo dei tifosi, le cose non sono andate come ci si attendeva. Il primo passo fu il trasferimento all’Inter:

«Mi presero, in realtà, per girarmi al Cesena e avere Schachner, ma l’operazione si arenò e mi ritrovai a Milano. Faticai ad ambientarmi e non solo per il clima. Ricordo un gol al Catanzaro di cui, per la nebbia, ci accorgemmo solo io e l’arbitro. Il fatto è che ad Avellino ero un re, la squadra mi ruotava attorno e la gente mi coccolava: all’Inter, circondato da campioni, uno dei tanti. Ripartii dalla provincia: Ascoli e Cremonese, pochi gol e tanti incontri preziosi. Non dimentico la professionalità e l’umanità di Mondonico».

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