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La città tra il passato e il futuro 

Ha davvero vinto il M5s ad Avellino o, invece, come la realtà suggerisce esso è stato solo un collettore della protesta contro un sistema di potere che era giunto al capolinea? Fare chiarezza non guasta. Cominciamo daccapo. Al primo turno il candidato sindaco del partito di Carlo Sibilia si attestava sul 20 per cento circa. Una percentuale modesta che ragionevolmente lasciava spazio alla previsione di un successo a favore dell’avvocato Nello Pizza. Che cosa è cambiato fra il primo e il secondo turno elettorale? Si è registrata una aggregazione di tutte le forze anti Pd e demitiane che in percentuale raggiungevano oltre il 30 per cento. Senza di esse il M5s non avrebbe conquistato il Comune di Avellino. Non solo. Il flusso elettorale del secondo turno indica anche che una parte della coalizione di centrosinistra o si è astenuta o ha finanche dato il voto alla candidatura di Ciampi. Da tutto ciò deriva che la conquista del più alto scranno della città è il frutto di un impegno collettivo riconducibile a quella voglia di cambiamento che ha trovato nel civismo, e non solo nell’organizzazione pentastellata, una storica opportunità per voltare pagina. Sarebbe errore grave appendersi medagliette al petto al di là di queste riflessioni. A mio modesto avviso è corretto attribuire il successo anche a Luca Cipriano, Dino Preziosi, Sabino Morano e Massimo Passaro che, sebbene non apparentati con il M5s, hanno consentito il raggiungimento della percentuale che consente oggi a Ciampi di governare la città. Ragion per cui il primo confronto dovrà avvenire, presumibilmente, tra il M5s e coloro che ne hanno determinato il successo. Qui si apre la prima trattativa i cui esiti non sono affatto scontati.

Se essa non dovesse andare a buon fine è presumibile che la già risicata componente del Consiglio comunale potrebbe subire un’ ulteriore scossone. In ogni caso il problema della governabilità per il neo sindaco Ciampi non è affatto risolto. Allo stato è senza maggioranza consiliare ed è costretto a costruirla chiedendo l’apporto di una parte degli sconfitti. Consapevole di questa difficoltà Vincenzo Ciampi ha lanciato l’appello per un governo di salute pubblica. Probabilmente egli si rivolge a quella parte del centrosinistra non compromessa con le passate gestioni. E anche in questo caso c’è molta incertezza sul futuro. Un discorso a parte merita la sonora sconfitta dell’alleanza di centrosinistra. L’agonia del Pd viene da lontano. Il partito va in coma subito dopo le dimissioni del segretario Carmine De Blasio. Viene sostituito dal cosiddetto Direttorio formato dai quattro capocorrente (D’Amelio, De Luca; Famiglietti e Paris) che più che ricucire le lacerazioni si posizionano in vista delle elezioni politiche. La loro identità è fragile tanto che, dopo l’ennesimo litigio, la direzione nazionale decide di inviare il Commissario Davide Ermini. Questi, più che tessere una strategia unitaria, ha adottato la tattica del rinvio e del tentennamento, evitando di ascoltare il primo cittadino e assecondando le logiche di un tesseramento anomalo. Lo stesso congresso ha avuto un percorso tortuoso con l’assenza di partecipazione di quasi metà del partito. La ciliegina sulla torta è stata messa con la composizione della lista per la elezione del Consiglio comunale con l’ingresso di una notevole partecipazione di chi si era reso partecipe dello sfascio della città. Grande responsabilità per questo va ricondotta all’ex sottosegretario Umberto Del Basso de Caro che ha ritenuto di dover imbarcare il peggio in termini di qualità e di questione morale da presentare all’elettorato. E così più che sostenere la candidatura a sindaco di Nello Pizza, ciascuno ha fatto la campagna elettorale per proprio conto, come dimostra la differenza tra i voti personali ottenuti da alcuni consiglieri e quelli mancanti al candidato sindaco Pizza per essere eletto. La riprova di ciò si è avuta con l’affluenza alle urne del secondo turno dove la percentuale si è abbassata di circa 23 per cento. Gran parte del tradizionale elettorato della città non ha gradito l’alleanza tra il Pd e “Avellino è Popolare” dei De Mita. Intanto perché l’ex presidente del Consiglio non ha mai fatto mistero del suo disinteresse per la città di Avellino e poi perché la vicenda dell’Aias ha determinato grande sconcerto tra l’elettorato che ha scoperto una putrida speculazione sulla pelle dei disabili, secondo quanto si rileva dagli atti dei magistrati inquirenti. Messe insieme tutte queste circostanze era evidente che per il Pd, e per il suo candidato sindaco, la strada era in salita, nonostante il divario di percentuale nel primo turno. Ma ora è tempo di guardare avanti. Di dare sostanza alla svolta epocale che ha segnato il desiderio del cambiamento. Di mettersi al lavoro e, come afferma il neo sindaco, di affrontare i problemi della quotidianità e progettare la città futura. E’ l’ora della responsabilità. Un commissariamento del Comune di Avellino sarebbe davvero una iattura. Si prenda atto che la voglia di cambiamento è l’espressione del popolo sovrano. Si usino gli strumenti della democrazia partecipativa: il confronto, il dialogo, l’unità di chi vuole veramente che la città cambi. Non è più tempo di attardarsi in stupide contrapposizioni. Occorre costruire quel percorso virtuoso che coniughi cambiamento e politica dei fatti.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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