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Mentre la Corsa Rosa prende il via da Gerusalemme, il giro d’Italia della crisi si avvicina all’ultima tappa dopo aver bruciato lungo il cammino tutte le possibili soluzioni e scolorito tutte le maglie dei primi in classifica. Si chiude la prossima settimana, quando il pallino tornerà nelle mani dell’arbitro che per due mesi ha invano atteso che i partiti gli presentassero una proposta di governo praticabile.

Si torna al senso del messaggio che il Capo dello Stato rivolse a tutti pochi giorni dopo il voto, l’8 marzo, appellandosi al senso di responsabilità “di saper collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei suoi cittadini”. Poiché dalle consultazioni svolte in prima persona o tramite i presidenti delle Camere “non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo”, Mattarella riprende in mano il filo della crisi per “verificare se i partiti abbiano altre prospettive”. Quali? Sul tavolo ne restano solo due, entrambe poco consistenti: il leader della Lega Salvini chiederà un incarico per presentarsi in Parlamento con il programma del centrodestra e cercare i voti che gli mancano per ottenere la fiducia; il Pd sembra allineato sull’idea di un “governo delle regole” per modificare la legge elettorale avanzata da Renzi. Rischiosa la prima ipotesi, troppo ambiziosa la seconda. La ricognizione del Presidente sarà velocissima, la sola giornata di lunedì, e dovrebbe certificare che l’accordo non c’è. A quel punto sarà Mattarella a indicare la via d’uscita verso un governo di tregua politica e di garanzia istituzionale, guidato da una personalità di sicuro affidamento e chiamato a realizzare un programma minimo per mettere in sicurezza i conti dello Stato e rappresentare dignitosamente in Europa gli interessi dell’Italia. Sarebbe questa, un’iniziativa presidenziale, la carta di riserva che il Quirinale ha sempre tenuto nei giorni della crisi, e che ora si appresterebbe a lanciare sul tavolo.

Poiché l’attesa sarà breve, è superfluo aggiungere nomi alle “rose” che compaiono sui giornali, mentre potrebbe essere utile una riflessione sullo stato dei partiti che si sono confrontati e scontrati in quello che potrebbe essere definito il secondo tempo di una lunga campagna elettorale.

Finora l’attenzione è stata rivolta soprattutto al Pd, sconfitto il 4 marzo e ancora alla ricerca di una difficile stabilità; ma problemi non mancano neppure nei due blocchi che più hanno ricevuto consensi. Nel centrodestra, dietro la facciata di un’alleanza programmatica e di una leadership riconosciuta persiste la competizione fra Lega e Fratelli d’Italia, con Silvio Berlusconi che non si rassegna a cedere il passo a Matteo Salvini. Se il nodo non verrà sciolto prima, la resa dei conti è rinviata alle elezioni europee, fra un anno, quando sovranisti antieuropei e moderati aderenti al Partito popolare si troveranno sui lati opposti della barricata. Ma problemi non mancano neppure per i Cinque Stelle, alle prese con il fallimento di Luigi Di Maio e del suo tentativo di accreditare un “volto istituzionale” del Movimento. Il vistoso calo elettorale registrato in Molise e ancor più in Friuli ha dimostrato con i fatti l’incapacità di trasformare la protesta e il rancore, carburante del successo grillino, in proposta credibile di governo. Già appare evidente l’intenzione di Beppe Grillo di riprendersi la guida della sua creatura politica, con dichiarazioni avventate sull’Euro che sanno tanto di commissariamento del “capo politico”.

Se nascerà, il governo di tregua dovrebbe consentire a tutti di riaprire il confronto politico eliminando le tossine accumulate finora. Ma non sarà impresa facile.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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