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La crisi del Partito Democratico, se diagnosi e terapia fanno a pugni, la prognosi diventa un sentimento

A proposito dell’appello del senatore De Luca sull’agonia del Pd

di Gerardo Vespucci

Sabato scorso, il Corriere ha ricevuto e pubblicato un interessante, quanto preoccupato, articolo del senatore Enzo De Luca, noto dirigente del PD avellinese, con incarichi nel settore ambientale della Regione Campania, cui il giornale (o egli stesso?) ha dato un titolo davvero forte: “Il Pd rischia l’agonia a quasi 18 anni dalla costituente popolare. Ad Avellino e in Campania regole non rispettate

Poiché vado scrivendo da anni che in Irpinia il PD non è mai nato come reale organizzazione di massa a livello provinciale e che i singoli circoli – abbandonati a sé stessi – sono diventati, da normali molecole, semplici atomi, fino a manifestarsi quasi come monadi, ho letto con interesse l’articolo e mi ci sono in gran parte ritrovato; e sebbene prevalga nel ragionamento del Senatore un percorso politico assai differente dal mio – DC, Popolari, Margherita e PD lui; FGCI, PCI, PDS, DS, PD io –  i continui richiami al pensiero di Aldo Moro mi fanno sottoscrivere senza turbamenti molte delle analisi proposte all’inizio dell’intervento.

Come non riconoscersi, ad esempio, nelle parole che il Presidente Mattarella ha pronunciato nel 2016, commemorando Aldo Moro nel centenario della nascita: se «lo Stato va orientato al continuo rafforzamento delle basi della democrazia e di un ordine internazionale ispirato alla distensione e al superamento degli squilibri esistenti, il valore dell’unità popolare, raggiunta con la Resistenza e consolidata con la Costituzione è la premessa di ogni percorso di rinnovamento sociale e istituzionale».

E di sicuro si può condividere l’analisi dei fatti – la Storia avrebbe detto qualcuno – quando il Senatore riassume la nascita del PD nel 2007 come “un’ondata popolare formata da oltre tre milioni e mezzo di uomini e di donne [che] si ritrovò ai gazebo aperti in centinaia di piazze e migliaia di strade italiane nel cuore dell’estate, quasi diciotto anni fa, per fondare un partito. Abbracciarono, condivisero e fecero propria la proposta fatta loro da un gruppo dirigente politico coraggioso, che seppe mettere da parte i vessilli di formazioni storiche, rinunciando a simboli pur gloriosi, per dare vita a qualcosa di più grande: il Partito Democratico”.

Il Senatore si dice consapevole che col voto dei gazebo oltre 3 milioni di italiani hanno certificato la nascita di un Partito, il Partito Democratico, dando pregnanza “ad un principio che indissolubilmente si lega ad un metodo, sintetizzati in maniera esemplare dall’articolo 49 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»”.

Poi, però aggiunge:” […] declinandole, possiamo dire che allora milioni di cittadini hanno esercitato il diritto di associarsi liberamente in un partito per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”:  il peccato originale, che l’autore cerca di definire, è già in questa affermazione, inutile negarlo, ma De Luca non se ne avvede; infatti è qui che avviene lo scivolamento verso qualcosa di indistinto, poiché non tutti quelli che votarono alle primarie sono diventati iscritti, e su questa ambivalenza si è costruita una sorta di anarchia, di legittimità alla costruzione di gruppi di pressione anche esterni, poi di potere, poi di correnti, con i vizi che De Luca dovrebbe conoscere bene.

A questo punto, il Senatore formula una serie di domande che non ho difficoltà a fare mie:
“Ma oggi cos’è il PD? Il PD è ancora una forza aperta alla partecipazione popolare? Che ruolo hanno avuto in questi ultimi due anni gli iscritti? E i simpatizzanti, i militanti, gli elettori quanto incidono in un soggetto affidato sui territori provinciali e regionali a commissari molto spesso avulsi dai contesti chiamati a rappresentare? Dove sono i congressi, quando si discute un ordine del giorno che riguarda la vita di intere comunità? E dove?”

Tutte queste domande, legittime e coerenti, in me si riducono ad una: che ruolo hanno i circoli, e quindi gli iscritti? E – per quanto mi riguarda – è l’equivoco che ci portiamo dietro dalla nascita, di cui dicevo prima, ad avere annullato, de facto, se non de iure, il ruolo delle sezioni/circoli.

Ho scritto senza avere risposte: la Federazione di Avellino ha un segretario, l’avvocato Pizza, bene. Chi e quando lo ha eletto?

Io sono tesserato dal 2007, in una sezione di peso, come quella di Sant’Andrea di Conza, ma non ho mai partecipato ad una assemblea congressuale: come si è potuto determinare l’elezione del segretario e degli organi dirigenti?

Il Senatore dice: “Se c’è uno snaturamento in atto, come questi fatti sembrano confermare, è arrivato il momento di dirlo, affrontare il problema democraticamente e recuperare le ragioni di un progetto originario di cui è in primo luogo il Paese ad avere bisogno”.

Possiamo continuare con tutte le diagnosi di questo mondo, ma a me sembra tutto semplicemente strano, per non dire banale. Sarà che facevo parte di un Partito di altri tempi, ma io ho diretto per anni la sezione del PCI con 100 iscritti, di cui la metà diplomati o laureati, ed ogni anno organizzavo il tesseramento, poi almeno ogni due anni il Congresso di sezione a cui partecipavano gli iscritti con diritto di voto ( che non avevano i simpatizzanti!) per eleggere segretario e direttivo. Poi si organizzavano i congressi provinciali propedeutici a quelli nazionali ed ogni sezione eleggeva i delegati provinciali con diritto di voto.

Qualcuno mi può spiegare perché tutto questo è diventato impossibile? Essere iscritto ad un Partito non significa godere dei privilegi, bensì fare parte di una comunità di uomini e donne con regole da rispettare: chi non ci sta non si iscrive, punto!

Chi ritiene di subire dei torti – politici, anche di tipo personale – può utilizzare i canali ufficiali per rappresentarli, ma non organizza tesseramenti farlocchi per conquistare spazi di potere personale. Se dovesse davvero accadere, ci sono gli organi di garanzia e si espelle chi persevera.

Un Partito che si lascia rappresentare da un simile spettacolo – di lotte per bande –  non può essere da richiamo per nessuno, men che meno per i giovani, già poco affascinati dalle questioni generali comuni: l’astensionismo, di cui ci si preoccupa a corrente alternata, nasce anche da qui.

È chiaro che se le sezioni tornano ad essere le cellule vitali dell’organismo Partito allora il rapporto con la gente, con il territorio, la cura delle persone più deboli ed esposte, diventano le ragioni del loro agire quotidiano e si esce finalmente dall’idea della Politica come affare personale, se non vero malaffare: il Senatore ha presente Avellino città, io potrei indicare la deriva che la Politica, sub specie PD, sta vivendo in Alta Irpinia.

Tutti gli Enti di governo sono gestiti dal PD ( Comunità Montana, PsZ, Città dell’Alta Irpinia, Comuni) in barba non solo alla gente comune, che neanche sa di cosa si occupano, ma agli stessi militanti delle poche sezioni esistenti ( il Senatore dovrebbe conoscere bene anche la nostra zona!), ed in questi Enti si assumono le decisioni che qualche nuovo notabile confeziona sbandierandole per democrazia.

Se quello che ho scritto è chiaro, allora la seguente frase del Senatore può diventare mia: “Serve un cambio di rotta, a valle di un’assunzione di responsabilità. Occorre trovare il coraggio di ammettere gli errori commessi, ciascuno per la propria funzione”.

Il Senatore continua ricordando i guai di Avellino e a Caserta per approdare all’intera Campania  dove “è stato impedito un congresso unitario a pochi giorni dall’assise già convocata”: verum et factum convertundur, diceva qualcuno e se i fatti sono questi allora la diagnosi è giusta.

Mi preme, tuttavia, dire che, per fortuna, lo stato di salute del PD in altre aree d’Italia è assai differente da questo: se, ad esempio, si dà uno sguardo a cosa sta accadendo in Toscana, che si appresta al voto regionale, si vedrebbero centinaia di sezioni del PD che discutono del destino della loro Regione.

Fino a questo punto, la diagnosi, assai preoccupata, delle condizioni del paziente PD – come già detto – è da me condivisa. Dove non mi ci trovo più è nella terapia di fondo che il Senatore propone: in realtà non la indica in positivo, ma contesta chi non l’ha applicata.

“ […] il PD non ha difeso adeguatamente, convintamente e doverosamente il buon governo realizzato dal Presidente della Regione Vincenzo De Luca, capace di rilanciare, con il supporto del Vice Presidente Fulvio Bonavitacola, una Campania che al momento della sua elezione aveva trovato commissariata e indebitata su tutti gli asset principali, dalla sanità ai trasporti, dalle acque fino ai rifiuti.”

E conclude, proseguendo su questa falsariga, in una difesa convinta e ad oltranza del Presidente De Luca.

Thomas Kuhn rimprovera Karl Popper dicendo che ciò che Popper vede nel disegno del coniglio potrebbe essere visto come anatra.

Ciò che il Senatore De Luca vede nel PD, paradossalmente non lo vede nel Presidente: la democrazia o vale per tutti o per nessuno. Secondo il Senatore, l’atteggiamento di De Luca è giustificato come una sorta di legittima difesa. Ma De Luca è espressione del PD o di sé stesso? E perché ritiene che da giocatore dovrebbe essere anche arbitro?

Perché la sua candidatura è un prendere o lasciare e non la scelta ragionata di un Partito, al quale appartiene?

Ma il Senatore De Luca lo vedrebbe un Aldo Moro ( o, considerate le origini pregresse del Presidente, un Enrico Berlinguer) assumere l’atteggiamento da sovrano, legibus soluto, del Presidente che si incorona per la terza volta, contro la posizione ufficiale della segreteria nazionale del (proprio) Partito?

Questo sì, questo atteggiamento potrebbe portare davvero alla fine del Partito Democratico, altro che le piccole, modeste baruffe da provincia.

Il Senatore sostiene che così “si è colpito pubblicamente con il presidente De Luca quel disegno riformatore, schierato coraggiosamente con rigore e trasparenza a difesa della legalità in un territorio per la sua storia recente tra i più complessi d’Europa” E che “l’iniziativa di De Luca e Bonavitacola ha colmato Il vuoto politico lasciato dal Partito”.

A prescindere dal fatto che i risultati, per quanto positivi possano essere, in Politica non si attribuiscono mai al lavoro dei singoli bensì a quello di gruppo e che arbitro ne è il Partito e mai chi gioca in campo, a me pare sia avvenuto esattamente il contrario: se si annulla il Partito, lo si deride, si offendono i dirigenti, allora fai solo un deserto anche se poi lo chiami pace, come diceva Tacito!

Vorrei poter condividere il finale dell’articolo del Senatore che dice: “l’indebolimento del sistema democratico è prossimo al punto di non ritorno”, ma sento che, giunto a questo punto, la sua prognosi, più che un esito scientificamente fondato, esprima unicamente il sentimento di chi avverte il venir meno del tempo delle illusioni, seppur virtuosamente inseguite; io, al contrario, per quanto disilluso, credo che la storia continui e vada avanti, con noi o senza, e che le ragioni collettive siano molto più profonde di quelle individuali, per quanto nobili possano essere, e che la democrazia sia una tensione che sebbene in affanno non potrà mai essere soffocata.

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