“La poesia è ragionamento, costruzione del pensiero, non può essere semplice trasposizione di un’emozione, è chiamata ad evocare più che a rivelare. Per me è sempre parola marchiata a fuoco sulla carne viva, che nasce dall’esperienza vissuta”. Spiega così Assunta Sanzari Panza l’idea che accompagna la sua raccolta “La visionaria” edita da Vallecchi. “Il lettore – prosegue Panza – svolge un ruolo fortemente attivo nel processo di costruzione dei significati insieme al poeta, poichè l’arte si compie nell’interpretare e, come ribadiva Kafka, deve necessariamente ferire”. E’ il filosofo Gualberto Alvino a sottolineare come la raccolta, che arriva a 4 anni di distanza da un’opera come Lux, testimoni come “l’arte viene dalla forma, che è l’unica sostanza dell’arte. Assunta sceglie un linguaggio asciutto, efficace e colto, rinunciando ad orpelli inutili come l’aggettivazione, scegliendo con attenzione la parola più giusta per ogni verso, facendo della forma strumento per trasmettere significati. Il dato autobiografico è il punto di partenza che viene però trasfigurato e deformato. La poeta non ci consegna testi consolatori ma la sua visionarietà che è sempre accompagnata dalla follia. E’ la conferma di come l’opera d’arte acquisti valore nell’interpretazione di chi legge, non è mai espressione di una realtà oggettiva ma di un universo soggettivo che aspira ad essere universo di tutti, attraverso testi universalizzanti. La consapevolezza da cui muove Assunta è che restituire la realtà così come è significa arrendersi al banale, ripetere il già detto. E’ una poeta che non si avvita nell’impalcatura del mondo ma cerca altri mondi e riesce nel compito di scoprire universi nascosti. Arte non è dunque riproduzione ma rivelazione di stati dell’essere. Così è la musica a governare i testi con il contenuto che scaturisce dall’organizzazione formale, rendendola non personale ma appartenente a tutti noi. Basti pensare a figure retoriche come il chiasmo che svolgono un ruolo centrale nella sua poesia, finendo esse stesse per significare”. Lo sottolinea la stessa autrice nello spiegare come “Ho sempre prediletto lo sfondamento del verso, nel tentativo di andare al di là del verso sintatticamente compiuto che ha una valenza più contemplativa. Mi piace l’idea che il verso scivoli verso il rigo successivo, restituendo un’idea di movimento”. Di qui il richiamo a poeti come Ts. Elliot e al suo correlativo oggettivo, senza dimenticare Dickinson, Amalia Rosselli, Montale e Ungaretti che restano dei riferimenti per me”. E’ la poetessa Rossella Tempesta a sottolineare la forte intensità della sua poesia “contraddistinta da una lingua proteiforme in cui il dialogo del poeta con il sè affianca quello con il lettore. Una poesia che può risultare poco moderna ma fortemente suggestiva, contraddistinta da contenuti impegnativi, che vanno al di là della comprensione immediata e chiedono al lettore di lasciarsi avvolgere dal verso ma anche di fare la sua parte per orientarsi in questo universo nuovo”.




