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Lo shock provocato dalla inattesa vittoria della Brexit nel referendum britannico ha aperto un ampio dibattito sui temi della democrazia rappresentativa, del rapporto fra volontà popolare, delega ed esercizio del potere, degli strumenti della partecipazione al governo della cosa pubblica. Tutto è iniziato da due considerazioni avanzate dai commentatori e anche da alcuni politici britannici interessati a sminuire il significato del voto e in qualche modo a metterne in dubbio la validità. Si è detto che con il 52% del voti per il “leave” espresso da poco più del 70% degli aventi diritto al voto, non era corretto dire che la maggioranza degli inglesi avesse deciso il distacco dall’Unione europea; e si anche speculato sulla qualità dei voti o meglio dei votanti, quasi che l’opinione degli anziani, dei meno abbienti e dei residenti in periferia (tutti maggioritariamente per l’uscita) contasse di meno di quella dei giovani, dei londinesi e dei ricchi, tendenzialmente più europeisti. Si è arrivati anche a sostenere che forse era il caso di ripetere il referendum, visto che molti elettori avevano votato senza aver ben capito il significato del quesito proposto: più un’assurdità che un paradosso, eppure una petizione in tal senso ha raccolto milioni di firme (in parte fasulle) sul sito del governo. A parte evidenti forzature, la questione è seria e travalica i confini del Regno Unito. In modi diversi il problema è stato posto anche in Italia dopo il voto amministrativo di giugno e soprattutto dopo i ballottaggi per l’elezione dei sindaci, scelti quasi ovunque da una minoranza di elettori, mentre la maggioranza o era rimasta a casa o aveva votato per lo sconfitto al secondo turno. E’ uno dei motivi per i quali si vorrebbe modificare l’Italicum, che nella formulazione attuale garantisce la maggioranza dei deputati alla lista che nel ballottaggio conquista il 50% più uno dei voti espressi, risultando così sulla carta non la più votata in assoluto ma spesso l’espressione di una minoranza. Il ragionamento, quali che siano le valutazioni sul risultato delle elezioni nelle grandi città italiane o in Gran Bretagna, è pericoloso perché mina le fondamenta stesse della democrazia, che di per sé è un metodo, un sistema di governo che prevede direttamente o indirettamente la partecipazione dei cittadini, e che, pur essendo nato ad Atene duemilacinquecento anni fa, coincide son il suffragio universale da appena un secolo (in Italia e in Francia da soli 70 anni, in Gran Bretagna da 88). Desta sospetto il fatto che spesso chi denuncia i limiti della democrazia rappresentativa e sottolinea la scarsa partecipazione alle elezioni, sia poi in modo esplicito o surrettizio fautore di una generalizzazione del sistema di consultazione diretta dei cittadini su ogni questione di interesse generale, per quanto complessa possa essere: una forma di rapporto diretto fra il Capo e il popolo, chiamato a sostenerne acriticamente le ragioni o i proclami, magari senza capirne il significato. Una distorsione denunciata da uno studioso al di sopra di ogni sospetto come Stefano Rodotà, che ha accusato Cameron di aver brandito il referendum sulla Ue “per ragioni interne al suo partito”, essendone poi travolto. Insomma, se sono sospette certe critiche alla democrazia che, secondo la nota definizione di Winston Churchill, resta “la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre”; ancor più pericoloso è svalutare il suffragio universale o contrapporgli il ricorso diretto al popolo, magari da consultare sui social network, su questioni complesse affidate alla competenza dei parlamenti e dei governi. Lo storico Emilio Gentile ha appena pubblicato un interessante saggio sulle esperienze di personalizzazione del potere nelle democrazie antiche e moderne (“Il capo e la folla”, ed. Laterza), nel quale conclude che la democrazia rappresentativa è “la migliore fra le peggiori”, mentre “la peggiore fra le peggiori” è quella che egli definisce “democrazia recitativa”, “dove i protagonisti sono il capo e la folla, l’uno sempre più dotato di potere, l’altra sempre più ridotta a moltitudine votante, plaudente e persino acclamante, ma del tutto priva di influenza sul potere e le decisioni del capo”; e il sistema si comporta come “l’auto in folle su una giostra, che gira continuamente su se stessa in una sorta di inerzia dinamica”. Naturalmente resta il problema della partecipazione dei cittadini chiamati alle urne sia per le elezioni che per i referendum (le une non escludono gli altri), che sempre più spesso si dimostrano insofferenti.
edito dal Quotidiano del Sud

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