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La festa del lavoro che non c’è

Anche quest’anno il primo maggio, la festa del lavoro, non è stata vissuta come una sorta di workers pride, giornata dell’orgoglio dei lavoratori, ma molto più mestamente come una giornata rievocativa di riti che hanno perso d’attualità. Le stesse diatribe fra i sindacati e le catene della grande distribuzione che hanno abolito il primo maggio a beneficio dei consumatori (e del profitto), dimostrano quanto sia stato svalutato, anche simbolicamente, il valore del lavoro. Ha osservato Raniero La Valle: “Per quanto riguarda la dignità umana fondata sul lavoro noi siamo oggi di fronte a un’impotenza del sistema economico vigente che non è più in grado di creare il lavoro necessario alla vita. E non è in grado non perché il lavoro costa troppo, come vuol far credere il Jobs act, ma semplicemente perché il lavoro non c’è, esso è stato e in misura crescente viene distrutto dalle macchine, dall’automazione e dai capitali che corrono liberamente dove i poveri sono sfruttati le tasse non si pagano e i diritti non ci sono.”

All’origine di questa crisi ci sono le scelte che un’oligarchia transnazionale  ha compiuto all’inizio degli anni 90 del secolo scorso, nel silenzio della politica, quando sono stati tracciati i sentieri che hanno guidato la globalizzazione. Il criterio guida è stato quello di privilegiare la delocalizzazione della produzione verso quelle zone dove il lavoro costa  di meno, dove le aziende pagano meno tasse e si può inquinare liberamente. In altre parole, è stata attivata una gigantesca concorrenza al ribasso in cui vince chi attrae più investimenti, offrendo più sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. E questo ha provocato un esodo del lavoro da quelle zone dove, attraverso un compromesso virtuoso, il lavoro era riuscito ad affermare  la sua dignità, tanto che in Italia era stato messo addirittura a fondamento della Repubblica.

La mancanza di lavoro sta raggiungendo tali dimensioni di massa da alterare tutti gli equilibri dei rapporti economici politici e sociali.

In Italia, venendo meno il lavoro, la Repubblica perde il suo fondamento (art. 1 Cost.) e perciò la sua stabilità e la sicurezza del suo futuro; in Europa l’Unione economica e monetaria perde il primo dei tre obiettivi fondamentali per cui è stata costituita e via via potenziata, ossia «piena occupazione, progresso sociale e tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente», come prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione; nel mondo il sistema economico perde l’equilibrio dialettico tra capitale e lavoro, deprimendo fino a sopprimerlo il fattore lavoro. La resa in tal modo imposta a uno dei due protagonisti del conflitto capitale/lavoro spinge la polarizzazione delle diseguaglianze fino all’estremo che una decina di uomini possiede una ricchezza pari a quella complessiva di 3,6 miliardi di persone sulla terra.

Per ristabilire gli equilibri e una società vivibile è indispensabile creare nuovo lavoro e, essendo impotente il mercato, questo non può farlo che lo Stato. A tal fine, la prima cosa che l’Italia dovrebbe fare e nel contempo proporre all’Europa è di riaprire il glorioso capitolo dell’intervento pubblico nell’economia.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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