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La festa dell’Unità nazionale

C’è una festa, tra quelle non religiose, che viene celebrata in Italia prima, durante e dopo il fascismo. E’ la festa dell’unità nazionale e delle forze armate istituita nel 1919. La data è quella di oggi, 4 novembre, perché è l’anniversario dell’entrata in vigore del cosiddetto armistizio di Villa Giusti a Padova del 1918 firmato tra Italia e Austria e col quale si fa coincidere convenzionalmente la fine della Prima guerra mondiale. Nei fatti, anche se non direttamente, questo accordo sancisce la fine del secolare Impero Asburgico che si disgrega sotto le inarrestabili onde dei movimenti nazionalisti. Il nostro Paese completa la sua unità ma l’armistizio non si rivela un pieno successo. Sebbene gli accordi iniziali prevedessero per l’Italia l’annessione di Trentino, Tirolo meridionale, Venezia Giulia, l’intera penisola istriana (esclusa Fiume), una parte della Dalmazia, alcune isole dell’Adriatico, la città albanese di Valona, l’isola di Saseno e il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, oltre alla conferma della sovranità su Libia e Dodecaneso, le nazioni della Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia) decisero di non concedere all’Italia tutti i territori promessi: è la ragione per cui Gabriele D’Annunzio parlò di “vittoria mutilata”, un’espressione passata poi alla storia. Le tragiche conseguenze del conflitto che portarono l’Italia ad avere gravi difficoltà economiche e che colpirono soprattutto i ceti medio bassi unite alla mancata gestione del ritorno dei reduci, gettarono il Paese in una spirale di violenza. Un biennio caratterizzato da scioperi, dimostrazioni ed agitazioni a livelli impressionanti nelle fabbriche italiane. Sul piano politico da un lato cresceva nei consensi il partito dei nazionalisti e dei reduci della guerra convinti che il loro ruolo non era stato valorizzato e dall’altro si alimentava il mito di una rivoluzione comunista, del tipo di quella avvenuta in Russia pochi anni prima. L’anno chiave è il 1919. A gennaio i cattolici danno vita al Partito Popolare Italiano, fondatore ed ispiratore della nuova formazione è il sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo mentre a marzo Mussolini fonda a Milano i fasci di combattimento. Comincia allora l’ascesa del fascismo che culminerà tre anni più tardi con la Presidenza del Consiglio affidata a Mussolini. Dunque la fine della guerra non portò il Paese ad una pacificazione ma al contrario amplificò gli scontri sociali e politici per culminare nell’inizio della dittatura. Oggi a distanza di oltre cento anni è il Capo dello Stato Mattarella a delineare con grande chiarezza il quadro attuale rispetto ad allora sostenendo che “solo insieme supereremo questi giorni difficili così come insieme abbiamo costruito la Repubblica, libera e prospera”. Lo stesso Mattarella che proprio ieri ha ricordato i cento anni dal viaggio verso Roma del “Milite Ignoto”. Un nome dato da Gabriele D’Annunzio alla salma del soldato senza nome che avrebbe ricordato nel tempo i sacrifici e gli eroismi della Grande Guerra. Il soldato che avrebbe rappresentato idealmente tutti coloro che non fecero ritorno a casa. Tutte le famiglie italiane, in qualche modo, erano coinvolte: chi per aver perso un figlio, un marito o un padre. Un modo per celebrare attraverso il corpo di uno solo, un’intera nazione.  Come ricorda Aldo Cazzullo “la salma era stata scelta da Maria Bergamas, la madre di Antonio, uno dei duemila giuliani, istriani, dalmati, trentini che erano sudditi austriaci ma avevano disertato per combattere contro gli austriaci, accanto agli italiani…la donna visse una vita lunga. Fece in tempo a votare, il 2 giugno del 1946, quando le donne italiane finalmente videro riconosciuto il loro diritto di partecipare alla vita pubblica. Morì nel 1954, e riposa nel cimitero di guerra di Aquileia, accanto agli altri dieci militi ignoti”.

di Andrea Covotta

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