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Quando si spegne la vita di un Grande, oltre all’immenso dolore che si prova, alla terribile angoscia che attraversa le vene e i polsi, il pensiero va alla lunga cavalcata di una vita vissuta tra ricordi, confidenze, amicizia, solidarietà e quanto altro appartiene alla umana esistenza. Ho provato tutto questo all’alba di ieri quando dai familiari ho appreso della scomparsa di Gerardo Bianco con il quale avevo interloquito solo qualche giorno prima. Incontrai per la prima volta Gerardo Bianco nella storica tipografia Pergola di via Trinità. Erano gli anni Sessanta e la passione politica, in questa terra oggi priva di classe dirigente, mi unì a lui per il suo sguardo rivolto al futuro sviluppo dell’Irpinia. Fui preso subito dalla sua grande umanità, da quel modo gentile di rispondere alle mie domande di giovane cronista e allo stesso tempo, di guardare al futuro con ottimismo. Poi, con il passare del tempo, il nostro rapporto era diventato talmente forte che sentivamo il bisogno di scambiarci opinioni sui vari avvenimenti tra politica nazionale e vicende locali. Su alcuni temi la sua ingenuità era una grazia di Dio. Il desiderio di essere, la sua curiosità e l’immensa voglia di partecipare ne facevano un riferimento costante nei valori e nel pensiero. Nell’ultima telefonata, solo qualche giorno fa, mi disse che gli era venuta un’idea: scrivere per il Corriere, testata che amava come il pane quotidiano, una rubrica settimanale di commento sulle vicende del Palazzo. Al Parlamento, Bianco aveva dato tanto, attraversandolo, con diversi incarichi, e per una vita intera, cogliendo simpatia, prestigio e autorevolezza. Aveva sempre un garbo gentile che ne ha fatto un galantuomo nella vicenda umana. Non che non fosse un lottatore. Anzi. Nella coerenza per l’af – fermazione delle sue idee, condivise da molti giovani che con lui furono definiti “peones”, Bianco era irremovibile. Anche quando qualcuno voleva contrastare la sua rigorosa azione di affermazione dei diritti. Lotta sì, ma con uno stile discreto e determinato. Elementi che gli hanno consentito straordinari successi. La cultura era nel suo Dna. Non solo politica, ma letteraria, sociale, civile. Il meridionalismo di trincea, arricchito con riflessioni di un fine intellettuale, era stato negli anni il luogo del pensiero nobile per il riscatto di un territorio penalizzato. La sua preoccupazione per la gestione arrogante dell’autonomia regionale differenziata era diventata un assillo contro cui aveva espresso, con la severità e la serenità del critico onesto, tutto il suo disappunto. Con la sua scomparsa si va verso la conclusione dell’impegno eccezionale di una classe dirigente che, legata alle proprie radici, ha dato onore al Paese. Oggi si narra, in occasione del lutto, della storia dei cosiddetti “magnifici sette”, di cui Gerardo fu un indiscusso leader insieme a Ciriaco De Mita, Salverino De Vito, Nicola Mancino, Biagio Agnes, Antonio Aurigemma, Antonio Telaro, Giuseppe Gargani e pochi altri giovani che intorno ad un piccolo settimanale di provincia elaborava le tesi per lo sviluppo della democrazia nel Paese. Erano gli anni in cui il dibattito politico si legava al pensiero laico nato peraltro nell’Università cattolica di Milano, presso cui Ciriaco De Mita e Gerardo Bianco, insieme, partendo dall’altairpinia,si erano nutriti della civiltà del cattolicesimo progressista. Bianco ci sarà sempre per l’Irpinia: di lui parleranno i grandi impegni per questa terra, la umanità da tutti riconosciuta, il suo galantomismo che resta scritto nelle nobili pagine di De Sanctis, Tedesco, Dorso e di tante eccellenze che hanno dato lustro ad una irpinitudine di grande valore. Addio onorevole amico, mentre il mio dolore si unisce a quello dei tuoi familiari.

Gianni Festa

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