Sulla liberazione dell’Italia dal regime fascista sono stati scritti fiumi d’inchiostro. La narrazione tradizionale, in più circostanze ed in particolare negli ultimi anni, è stata minata alle fondamenta da nuove riletture sul periodo storico riguardante quella che, a tutti gli effetti, può essere definita la guerra civile del Novecento italiano. Il giornalista ed esperto di storia della Resistenza, Giampaolo Pansa, ha avuto il merito di aver risollevato la questione in tempi recenti. Partendo dallo storico Renzo De Felice, la scia di studi revisionisti fuori dal coro è molto più lunga di quanto si possa pensare e nel corso del tempo è rimasta, in larga parte, inascoltata e sottaciuta dalla divulgazione popolare. La grande cultura di massa, che va dai libri scolastici a televisioni e giornali, ha ignorato per decenni la verità storica completa, accontentandosi di raccontare la storiella così come tramandata dai vincitori. E proprio qui sorge il problema. In un Paese come l’Italia, dove il giornalismo investigativo è, da sempre e dai più, visto con pregiudizio, se non con avversione, anche il revisionismo storico infastidisce, perché, riaprendo pagine ormai chiuse, solletica il pensiero, colpisce certezze granitiche in cui la narrazione tradizionale porta a credere e fa cadere l’intera impalcatura per aprire la strada a una diversa verità dei fatti. Alla fine la revisione storica finisce per essere bollata come eresia; ma così non è. Assumendo per indiscutibile che siamo ognuno diverso di fronte alla storia ma tutti uguali di fronte alla vita, non possiamo leggere le vicende storiche soltanto dalla parte di chi ha vinto. Dobbiamo necessariamente lottare per una ricostruzione che dia spazio anche a chi ha perso. I vinti sono stati, per anni, esclusi e dimenticati per il solo fatto di stare dalla parte sbagliata, cioè dalla parte della Repubblica Sociale Italiana. La responsabilità davanti alla storia rende impossibile negare che chi combatteva per il mantenimento e la restaurazione del regime fascista era nell’errore. Ciò non significa che, per questo, devono essere dimenticate le vite di chi lottava per un ideale differente e nascosti i crimini ignobili compiuti dai vincitori nei confronti degli sconfitti. E, ancora di più, non possono essere negate le efferatezze compiute dai Gap e dalle Brigate Garibaldi contro civili e combattenti membri di altri gruppi del CLN. Oltre ai comunisti, il Comitato di Liberazione Nazionale contava al suo interno la presenza di cattolici, socialisti e liberali. La parte più intransigente era quella comunista, potendo contare su militanti armati addestrati e sull’appoggio del Partito Comunista Sovietico. Complice il predominio culturale e ideologico della sinistra, per decenni il monopolio morale sulla festa di Liberazione è stato detenuto dal Pci e dai suoi eredi. La realtà storica risulterebbe in tal modo mistificata, ancor di più effettuando un’analisi sugli obiettivi e sui programmi delle diverse fazioni antifasciste in campo. Alla fine, i veri artefici della vittoria nella lotta per la liberazione dal fascismo sono stati davvero i comunisti? La risposta è no. A combattere per la libertà dell’Italia sono stati moltissimi civili antifascisti e tanti cattolici, oltre a socialisti e liberali. Innegabile, inoltre, che decisivo fu l’intervento delle truppe alleate. Tra i massimi artefici della libertà italiana sono da annoverare migliaia di militari anglo-americani che, dopo lo sbarco in Sicilia, risalirono la penisola, combattendo per la liberazione dall’oppressione fascista. Luogo decisivo fu Città del Vaticano, enclave utilizzata dagli Stati Uniti, forti di un rapporto diplomatico da sempre privilegiato con la Sante Sede, per preparare sottotraccia l’intervento bellico in Italia attraverso il lavoro dei servizi segreti, di ufficiali militari e di diplomatici americani. Ancor meno è consentito suonare le trombe ai sedicenti vincitori, considerando i propositi inziali della loro azione e le posteriori ragioni della storia. Alla fine dei giochi, gli Stati Uniti hanno vinto il confronto con l’Unione Sovietica. Il comunismo è stato sconfitto o si è dissolto in quasi ogni area del mondo. Il 25 aprile del 1945 va inteso come momento cruciale di transito verso un nuovo assetto istituzionale nazionale. Momento che sarebbe stato vano se i propositi dei vertici del Pci, combattenti durante la Resistenza, avessero perseguito, in accordo con i compagni sovietici, il loro obiettivo, vale a dire l’instaurazione di una democrazia progressiva, anticipatrice della dittatura del proletariato, fase immediatamente precedente all’avvento del comunismo. Nient’altro che la parziale realizzazione concreta della profezia storica marxista. Perché, come insegna Karl Popper, di semplice profezia storica si tratta e non di un metodo scientifico di analisi della società. D’altra parte il grande limite delle concezioni storicistiche consiste nell’impossibilità di seguire il metodo sperimentale. Ma la storia nazionale andò in un’altra direzione. Il popolo italiano decise per la Repubblica e scelse a suon di voti la Democrazia Cristiana, a cui si aggiunsero i liberali, i socialisti e i repubblicani. E, alla luce degli sviluppi storici successivi, scelse bene. L’Italia divenne un Paese filoamericano e aderì al Patto Atlantico, rinnovò la classe dirigente insieme alla crescita di una borghesia robusta, modificò l’organizzazione dei rapporti di produzione e costruì le basi per il miracolo economico degli anni 60, attuò riforme epocali e riuscì a distruggere il terrorismo eversivo di destra e di sinistra negli anni 70, mentre partecipava a pieno titolo al processo di integrazione tra gli Stati d’Europa, culminato con la nascita dell’Unione Europea e con l’introduzione della moneta unica. La festa della Liberazione ha un enorme significato simbolico. Rappresenta la conquista della libertà e sancisce la fine della guerra. Sotto il profilo della storia nazionale va intesa e giudicata come una delle fasi di passaggio, certamente la più importante e decisiva insieme alla nascita della Repubblica, da un regime oppressivo, antidemocratico e intollerante a un ordinamento fondato su democrazia e libertà. Quella libertà da custodire e preservare sempre, perché vitale per la democrazia e base essenziale per il benessere materiale e per il progresso morale degli uomini.Quirino De Rienzo
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