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La luna, astro narrante da Omero a Camilleri

“Questa è una notte diversa da ogni altra notte del mondo. Ogni uomo ha desiderato da sempre conquistare la luna…Oggi è stato raggiunto l’irraggiungibile , ma la fantasia non si fermerà”. Queste furono le parole con cui Giuseppe Ungaretti commentò lo sbarco sulla Luna che, se con Galileo era divenuta conoscibile, con Armstrong divenne fisicamente esplorabile. La mutevolezza della Luna, ora crescente, ora decrescente, è divenuta prontamente simbolo dei ritmi biologici, della variazione periodica e già Esopo raccontava di una Luna disperata che chiedeva che le venisse confezionato un impossibile vestito su misura! Lo stretto legame dell’uomo con la Luna è dato antropologico antico, come dimostra il fatto che già nell’antica Roma una delle feste più importanti era quella delle Idi di marzo, al ponte Milvio dove sull’erba verde, coperta di margheritine, si costruivano capanne di fronde e rami. La festa era dedicata ad Anna Perenna, che Ovidio suggeriva di identificare proprio con “la luna che l´anno completa con i mesi”, in relazione con il verbo “annare” che indica “il passare da un anno all’altro”.

La relazione con la luna, assimilabile alla Grande Madre che, con ciclica rivoluzione, abbraccia le creature terrestri è dato culturale comune se si pensa che di “anna”, secondo gli induisti, ogni vita in terra è materiata, sostenuta ed assorbita. Le occorrenze della luna anche in letteratura sono tante, vista ora come dea protagonista o spettatrice di vicende mitiche o d’amore, ora come ente naturale, assente o presente, termine di comparazione di celeberrime similitudini, ora come meta di viaggi impossibili. La Luna , per i Greci Selene, si lega etimologicamente al greco “sèlas” che sta per “luce, splendore”, accomunabile al Sole, anche se a lei fu riservata la biga, ad Elios la quadriga! Dalla sua unione con Zeus nacque Pandia (“la luna piena”) e sono tante le suggestioni lunari della letteratura classica, come quelle delle notti d’amore con Endimione che la dea baciava quando voleva, la fuga di Medea, seguita da una Luna spettatrice, così come si fa sentire la sua assenza quando Odisseo approda dai Feaci o gli Argonauti salpano da Creta.

L’attenzione alla luna come ente fisico era già presente nel mitico scudo di Achille anche se si dovrà arrivare al “Sidereus Nuncius” di Galileo Galilei, nel 1610, per una prima osservazione sistematica del satellite che portò Hevelius nel 1648 a tracciare una prima “Selenographia”, dopo che Kepler aveva scritto un saggio suggestivamente intitolato “Il sogno ovvero l’astronomia lunare”. La luna non ha mancato di ispirare pittori come Elsheimer, autore di una “Fuga in Egitto con Via Lattea e luna”, musicisti come Beethoven con la sua “Mondscheinsonate” mentre un filosofo come Kant ebbe a definire la luna “requisito del sublime”. Anche la letteratura più recente è ricca, citando Storm di “luce lunare”, senza dimenticare “Alla luna” di Goethe e Leopardi, il “Chiaro di luna” di Victor Hugo; persino lo “scapigliato” Praga non riusci a sottrarsi ad una “Ballata alla luna”! Il dialogo con la luna è, del resto, una tendenza dell’uomo, riscontrabile persino negli appunti di viaggio del barone di Meyendorff sul “Journal des Savants”, che Leopardi lesse, in cui si racconta di nomadi asiatici che “passano la notte seduti su di un sasso a osservare la luna e a improvvisare parole piuttosto tristi su delle arie che non lo sono di meno”.

Nacque del resto così l’immortale “canto notturno di un pastore errante dell’Asia”! Nel ‘900 Pirandello scriverà “Un cavallo nella luna”. “Male di luna”, “Ciaula scopre la luna” mentre crescerà la presenza ingombrante del satelllite nelle “Cosmicomiche” di Italo Calvino, come racconta l’essere che porta il nome improbabile di Qfwfq. Dalla Luna viene terrorizzato Anguilla ne “La luna e i falò” di Cesare Pavese. Sulla luna sono state tante le fantasie immaginarie, sin dalla “Storia vera” di Luciano, e sulla luna nel XXXIV canto dell’”Orlando furioso” finiscono le lacrime degli amanti, i desideri vani, il tempo trascorso inutilmente, le adulazioni, la bellezza, il mitico senno recuperato da Astolfo. Cyrano de Bergerac, con la sua letteratura fantascientifica, aveva pensato a Stati ed Imperi sul Sole e sulla Luna, mentre Pascoli nei “Nuovi poemetti” vide rivolto verso la luna, in una dimensione onirica, il viaggio di emigranti alla ricerca di uno stato negato sulla Terra. Ben prima dello sbarco reale dell’uomo sulla Luna, celebrato in questi giorni, Verne già aveva immaginato tre uomini lanciati con un cannone “Dalla terra alla luna”. Tanti sono anche i registi cinematografici come Kubrick, con il suo “2001 Odissea nello spazio”, Fellini con “La voce della luna” che non hanno resistito alle suggestioni della Luna. Intorno alla luna ruotano da sempre tante emozioni e ne “La rivoluzione della Luna” proprio Andrea Camilleri, recentemente scomparso, in un romanzo ad alto tasso di allegrezza e di severo umorismo, ma sempre “scortato dalla luna” affida ad Eleonora di Mora la possibilità di rinnovare la società in un solo mese lunare.

Alla Luna, del resto, continuiamo, inconsciamente, ad affidare sogni e prospettive di una realtà migliore e ritorna nell’esistenza di tutti gli uomini quell’anelito che fu già del Petrarca: “ Tal ch’io aspetto tutto ‘l dì’ la sera/ che ‘l Sol si parta e dia luogo alla sera”. E forse non è tanto un caso nemmeno che Luciano de Crescenzo, dal quale in tanti hanno appreso lezioni di vita e di filosofia, sia stato uomo creativo, amato fino alla fine dalla “Luna rossa” di queste sere, forse proprio perché era uno di “Quelli della notte”…

Pellegrino Caruso

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