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La politica riparta dai contenuti

Ci avviamo verso la parte finale della legislatura e si discute di Quirinale, di cambiare l’attuale legge elettorale e di alleanze politiche in vista delle elezioni. Tutti nodi da sciogliere e ci vorrebbe una classe dirigente all’altezza di queste sfide. Il fronte della destra, uscito un po’ ammaccato dalle ultime amministrative, resta comunque in testa nei sondaggi mentre nell’altro campo Letta e Conte sono impegnati a costruire un’intesa che renda omogenea una coalizione molto variegata. Obiettivo, soprattutto del PD, è dare vita ad un campo largo che tenga insieme un programma basato su nuovi diritti civili e sociali, e un premier in sintonia con le grandi democrazie occidentali. Un progetto ambizioso in mezzo ad un percorso lungo e tortuoso. L’idea di Enrico Letta è partire da un’intesa PD – Cinque Stelle e poi aprire questo “cantiere” anche alle forze centriste. I problemi nascono proprio con chi si muove in questo articolato arcipelago moderato. Da quando non c’è più la DC il centro è rimasto stritolato dal bipolarismo muscolare che si è determinato dal ’94 in poi. Come ha scritto il politologo francese Maurice Duverger il centro in politica equivale ad un “marais”, una palude che impedisce scelte nette e chiare: ogni centro è diviso contro sé stesso e rimane scisso in due metà, centro sinistra e centro destra, in quanto il centro non è altro che il raggruppamento artificioso della parte destrorsa della destra e della parte sinistrorsa della sinistra.  Duverger era un uomo di sinistra, vicino al partito comunista e anche al presidente francese socialista Mitterand, dunque il suo è un giudizio di parte che coglie da un lato la difficoltà di chi sta al centro di fare una politica autonoma e dall’altro non spiega però perché da sempre la corsa al centro è una delle dinamiche dominanti della vita pubblica in buona parte dell’Europa. Lo si è visto anche nelle ultime elezioni tedesche dove l’eredità di Angela Merkel è stata contesa da tutte le forze politiche in campo. La lunga guerra al Covid e i suoi effetti sulle economie di tutti i Paesi, ha messo in evidenza il bisogno di un’idea diversa di politica basata sulla solidarietà e non sulla rabbia e sull’egoismo. Si è, insomma, rivoluzionato il paesaggio politico e in Italia la prova più evidente è data dal passaggio in poco tempo da un governo nato sull’onda dell’antipolitica ad uno formato da una larghissima maggioranza e guidato dall’ex Presidente della Banca Centrale Europea. Stiamo ancora dentro un sistema debole ma si può cominciare ad intravedere una strada che renda meno fragile ed insicuro il futuro. La figura di Draghi offre ampie garanzie di autorevolezza e credibilità fuori e dentro i nostri confini ma ovviamente non può bastare perché come ha scritto Fabrizio Barca “se ci illudiamo che il sovranismo ha perso e il tecnicismo di Draghi ha vinto sarebbe l’ennesima conferma dell’inutilità della politica”. Occorre dunque dare una visione e riempire di contenuti la nuova agenda della politica con meno slogan e riconoscendo la fatica della quotidianità.  Il punto come ha scritto Mattia Feltri è se il futuro “vogliamo affrontarlo con Giorgia Meloni o con Mario Draghi, e cioè se vogliamo affrontarlo da Budapest, da Varsavia e da Roma, chiuse dentro le loro orgogliose dogane, rinserrati in villaggi ai margini del mondo, oppure ci vogliamo mettere in testa che il mondo è diverso e ci si deve attrezzare per affrontarlo con qualche speranza di far risuonare la nostra voce. Semplicemente bisogna cominciare a ragionare così, e a vivere così. La destra, la sinistra, i partiti, le coalizioni saranno una naturale conseguenza che va ben oltre gli exit poll del 2023”.

di Andrea Covotta

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