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Il ritorno in campo della politica non è solo la paradossale conseguenza dell’appello di Sergio Mattarella alla formazione di un governo “che non debba identificarsi con alcuna formula politica”; è anche e forse soprattutto il frutto del recupero in extremis di un valore smarrito: l’impegno pubblico posto al servizio del bene comune. Nella sua lunga carriera professionale, Mario Draghi si è sempre ispirato a questo principio, ed ora la sollecitazione del Capo dello Stato, raccolta e prontamente collocata al centro dell’incarico ricevuto al Quirinale, riscatta una legislatura prima inquinata dalla complice alleanza di populismo e sovranismo, poi risultata inadeguata a far fronte ad una duplice sfida: quella in negativo della pandemia, quella in positivo della strategia europea di ripresa e di rilancio economico e sociale.

E’ sul significato e sul contenuto delle parole che bisogna intendersi. Quella che è andata in crisi negli anni trascorsi dalle elezioni del 2018 era una politica giocata prevalentemente se non esclusivamente sugli schieramenti – le formule appunto – e non sui contenuti e i programmi, come se i secondi fossero la trascurabile variante di un gioco di posizionamento sulla scacchiera parlamentare. Ora il rovesciamento della logica chiama ognuno alle proprie responsabilità, e non a caso il Capo dello Stato si è rivolto a “tutte” le forze politiche parlamentari, implicitamente dicendo che chi pone veti preconcetti è al di fuori del perimetro tracciato al Quirinale.

Sapranno i partiti adeguarsi alla nuova realtà? Solo oggi, a conclusione del primo giro di consultazioni alla Camera, si capirà se le risposte sono all’altezza del momento decisivo che l’Italia attraversa. Per il momento, si può osservare che l’invito ad un impegno senza condizioni ha provocato rimescolamenti interni negli schieramenti, che però faticano a collocarsi al livello di responsabilità richiesto dalle circostanze. Prevale il goffo tentativo, da parte dei componenti della ex maggioranza, di scrollarsi di dosso il pesante giudizio negativo, quasi senza appello, pronunciato da Sergio Mattarella, che li coinvolge tutti. A sinistra, fra Conte, Di Maio e Zingaretti è già cominciata la corsa a posizionarsi alla guida dell’ ”alleanza dello sviluppo sostenibile” predicata dall’ex premier, versione a cinque stelle del “nuovo modello di sviluppo” che ha nutrito per decenni i sogni della sinistra, mai realizzati. A destra, Berlusconi è pronto a sostenere l’esecutivo che nascerà, mentre Salvini riflette seriamente sulla possibilità che gli si offre di mostrarsi finalmente capace di partecipare al governo di un Paese moderno. La stessa Giorgia Meloni, che comunque non sarà della partita, dice che si può fare la propria parte anche stando all’opposizione; ed è vero. Poi c’è Matteo Renzi, cui anche qualcuno dei suoi avversari sembra finalmente disposto a riconoscere, a denti stretti, di aver precorso i tempi ancora una volta, come già nell’estate del 2019. Oggi è soddisfatto del risultato ottenuto, ma si può esser certi che ha già nel mirino l’alleanza Pd-Cinque Stelle.

di Guido Bossa

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