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La riforma e le giravolte di Re Giorgio

 

L’ex Presidente della Repubblica è stato protagonista, negli ultimi anni, di stupefacenti cambiamenti di opinione e di atteggiamento. Da rigido difensore del testo costituzionale a sostenitore di una vastissima riforma, votata solo da una risicata maggioranza, che altera molti delicati meccanismi istituzionali. Sostegno dettato forse da realpolitik veterocomunista, del tipo "meglio questa riforma che niente". Frutto invece, secondo altri, di un cedimento culturale alle volontà degli ambienti capitalistici internazionali, soprattutto statunitensi. In un discorso al Senato (15.11.2005) Napolitano aveva detto:"Quel che anch’io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro", secondo una concezione che appare "dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica… a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale". E nel suo discorso di insediamento da Capo dello Stato (10.5.2006) "Un risoluto ancoraggio ai principi costituzionali non può essere scambiato per semplice conservatorismo. L’unità costituzionale è il sostrato dell’unità nazionale. E’ ovvio che le riforme costituzionali devono essere approvate con ampie maggioranze". E ancora, in Tv, qualche giorno prima: "No, non è giusto riformare la Costituzione a colpi di maggioranza". "Non deve passare una eccessiva amplificazione dei poteri del Capo del Governo". Che cosa lo ha indotto, una decina di anni dopo, a un radicale cambiamento di idee?
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Può esserci stata la preoccupazione di condurre in porto l’itinerario riformatore. O forse un pizzico di umana vanagloria nel diventare il Presidente delle riforme. Chissà. Certo la distanza fra le sue opinioni passate e le sue scelte recenti appare difficilmente colmabile. La sentenza della Corte costituzionale che ha parzialmente bocciato il Porcellum ha lasciato in piedi il Parlamento solo per il principio di continuità dello Stato. Dopo di essa, sarebbe stato lecito aspettarsi che governo e Parlamento conducessero il Paese a nuove elezioni, senza manomissioni o manipolazioni costituzionali. E invece… Nel nostro ordinamento il Capo dello Stato vigila sui rapporti e sui conflitti delle istituzioni e dei poteri dello Stato. Perciò non poteva ignorare la portata costituzionale e politica della sentenza della Consulta. Perché, allora, ha sostenuto manu militari una riforma voluta dal governo (cosa senza precedenti nella storia repubblicana!) e votata più o meno dalla sola maggioranza? E come mai l’unità costituzionale da lui sempre tanto decantata si è persa per strada ? Domande senza risposta!

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La riforma renziana ha evidenti consonanze con il Patto di rinascita democratica" della P2 di Gelli. Alcuni però hanno sottolineato anche una preoccupante cronologia. Settembre 2012: comunicato-stampa sul sito Pd, poi rimosso, annuncia: "Goldman Sachs vota Pd". Maggio 2013: Clamoroso documento della JP Morgan sull’ispirazione troppo democratica delle Costituzioni del sud Europa. Giugno 2013: presentazione del ddl Finocchiaro sulla temporanea deroga ai vincoli dell’art. 138 per le modifiche costituzionali, approvato a tamburo battente (nonostante il bicameralismo perfetto!). Novembre 2013: L’ambasciata Usa a Roma già comunica a Washington che ci potrà essere un riassetto negli equilibri di governo. Dicembre 2013: Enrico Letta rinuncia (facendo arrabbiare re Giorgio!) a utilizzare la deroga. Segna così la fine della sua Presidenza. Gennaio 2014: Documento UBS (Union des Banques Suisses) a favore di Renzi premier. 13 febbraio: direzione Pd, KO a Letta. 17 febbraio: Incarico a Renzi. 19 febbraio: Visita negli Usa di Renzi, con rapidità senza precedenti, a solo qualche giorno dall’accettazione dell’incarico. Solo coincidenze? Può darsi, anche se molto singolari e inquietanti!
edito dal Quotidiano del Sud

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