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La scuola e la sua utilità inutile, da Democrito a Victor Hugo

di Paolo Saggese

In tutte le epoche o quasi l’istruzione, secondo il “comune sentire”, è stata interpretata come un’attività utile, indispensabile, centrale nella storia dell’umanità. Purtroppo, pur essendo a parole sempre stata difesa e celebrata come la risorsa più importante a disposizione dell’uomo, nella concreta e ragionieristica valutazione comune – degli Stati e dei singoli – è stata interpretata come una sorta di cenerentola da compatire e mai invitare al ballo con il principe.

Le ragioni di tale “ostruzione” continua è molteplice e si fonda su tare ideali difficili da scalfire: da un lato, le classi dirigenti hanno in genere visto nell’istruzione del popolo un pericolo possibile alla propria leadership, dall’altra si è ritenuto che un’istruzione di qualità potesse essere un privilegio dei ricchi o dei capaci, mentre alle classi subalterne potesse bastare un minimo di istruzione utile per il funzionamento dell’economia e della società. Infine, quando l’istruzione è divenuta di massa, si è dichiarato che a causa del ’68, dei donmilanisti, dei comunisti, tutto ciò ha causato una degenerazione dei costumi e dei giovani, senza garantire più la qualità di una volta.

Si è celebrata la scuola di un tempo, tanto carente e “classista” da essere la negazione di qualsiasi forma di democrazia!

Da qualche anno è in circolazione l’ottimo libro, di successo nazionale e internazionale, di Nuccio Ordine, meritoriamente incentrato sull’utilità dell’inutile, cioè sull’utilità di tutto ciò che apparentemente non produce profitto e benessere, e che rende il mondo migliore, incentrato anche sulla deriva economicistica, che regolano le politiche della scuola (“L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abraham Flexner”, La nave di Teseo, Milano, 2023, p. 15).

Il libro evidentemente esprime un punto di vista contrario al capitalismo e al consumismo imperanti: “Il sapere si pone di per sé come un ostacolo al delirio d’onnipotenza del denaro e dell’utilitarismo. Tutto si può comprare, è vero. Dai parlamentari ai giudici, dal potere al successo: ogni cosa ha un suo prezzo. Ma non la conoscenza: il prezzo da pagare per conoscere è di ben altra natura. Neanche un assegno in bianco potrà consentirci di acquisire meccanicamente ciò che è esclusivo frutto di uno sforzo individuale e di una inesauribile passione. Nessuno, insomma, potrà compiere al nostro posto quel faticoso percorso che ci permetterà di apprendere. […] Solo il sapere può sfidare ancora una volta le leggi del mercato” (Introduzione, pp. 22-23).

Il volume, che si sviluppa in tre parti (“Parte prima. L’utile inutilità della letteratura”; “Parte seconda. L’Università-azienda e gli studenti-clienti”; “Parte terza. Possedere uccide: dignitas hominis, amore, verità”), si concentra sulla “dignità dell’uomo”, che si acquisisce attraverso la realizzazione di un mondo migliore, attraverso l’impegno di ricerca di un universo umano fondato su tolleranza, rispetto, ricerca della verità, di un’esistenza assolta con dignità.

Con Giordano Bruno Nuccio Ordine ci ricorda che “è più importante correre con dignità che guadagnare il palio” (p. 162).

Nella seconda parte, incentrata sull’istruzione, l’intellettuale si sofferma sui “tagli”, che i governi europei, tra i primi l’Italia, hanno operato nei confronti di scuola e università (“1. Il disimpegno dello Stato”, pp. 101-102), sulla riduzione degli studenti a clienti e sulle università-azienda, sulla necessità di fronteggiare la crisi con maggiori investimenti sulla cultura e non riducendone l’impegno, citando significative pagine partendo da Victor Hugo per arrivare a filosofi e pedagogisti anche contemporanei e ai classici greci (pp. 107-141).

Scriveva profeticamente Victor Hugo, il 10 novembre 1848, all’Assemblea costituente che è folle pensare di risparmiare sull’istruzione e sulla cultura gli “spiccioli” del bilancio nazionale ma così distruggere il futuro di un popolo (pp. 107-111).

Notevole è il saggio in “Appendice” di Abraham Flexner (“L’utilità del sapere inutile”, pp. 191-215), ma colpisce non meno la riflessione su tanti classici, l’esempio di Democrito, la sua presunta follia, che gli Abderiti vogliono far curare da Ippocrate. Alla fine sarà il malato a passare per sano e a curare il medico, quando chiarirà che egli ride dell’uomo, che è pieno di stoltezza, “vuoto di azioni rette, [,,,] che con i suoi desideri smisurati percorre la terra fino ai suoi confini e penetra nelle immense cavità, fonde l’argento e l’oro e non smette di accumulare, si affanna ad avere sempre di più per essere sempre più piccolo” (Ippocrate, Ippocrate e Democrito, in Lettere sulla follia di Democrito, testo greco a fronte, a cura di Anmeris Roselli, Napoli, Liguori, 1998, p. 62).

Queste parole sembrano essere pronunciate oggi, quando non meno l’uomo è intento a perdere la sua umanità e a distruggere la Terra e i suoi simili.

E le scuole in solitudine sono come quel filosofo cinico alla ricerca dell’uomo.

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