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La situazione politica non è buona

La situazione politica non è buona/ la situazione economica non è buona/ la situazione del mio lavandino non è buona/ la situazione del mio amore non è buona.

Ripensando allo stupefacente svolgimento della crisi politica ed ai ripetuti colpi di scena a partire da domenica scorsa, quando il Presidente della Repubblica ha pronunziato il suo “niet” alla nomina di Paolo Savona come Ministro dell’economia ed ha impedito la nascita del governo giallo-verde, mi tornano in mente i versi della nota canzone di Celentano.  Che aggiunge anche: “la situazione internazionale non è buona/ la situazione, la mia situazione non è buona.  Come dargli torto!

La situazione di tutti gli italiani non è buona: senza governo, bombardati dallo spread, con una crisi istituzionale senza precedenti, perché, se è vero che in passato altri Presidenti della Repubblica hanno espresso veti sul nome di questo o quel Ministro, è anche vero che non hanno mai impedito la nascita di un Governo sostenuto da una maggioranza parlamentare per imporre un diverso indirizzo politico.

Alla luce degli ultimi avvenimenti e dei ripensamenti di Quirinale e dei partiti aspiranti a formare un nuovo Governo, potremmo dire: la situazione è grave, ma non è seria.

Però il commento più adeguato ci sembra quello di Raniero La Valle, che ha richiamato la tragedia greca: “”Come nella tragedia greca, dove pur accadono i fatti più terribili, tutti avevano ragione, e una ragione più forte di loro che li spingeva. Aveva ragione in via di principio Mattarella, a rivendicare i poteri di nomina dei ministri datigli dall’art. 92 della Costituzione, e a temere Savona nel governo, spaventato com’era, anche se più del dovuto, per la minaccia della macchina da guerra turbo-capitalista, già giunta all’insulto a un’Italia pezzente, rea di uno sgarro verso la moneta sovrana. Aveva ragione il presidente incaricato Conte a insistere per quella nomina, proprio perché egli non era un tecnico messo al governo per fare i compiti imparati alla Bocconi, ma era un politico investito da compiti nuovi da un mandato popolare attraverso le forze politiche che avevano vinto le elezioni.  Aveva ragione Salvini a non cedere sul nodo centrale della sua proposta politica volta a rimettere in discussione i rapporti di forza creati dalla moneta unica europea, perché la rinuncia a farlo, senza nemmeno provarci, significava rinuncia alla politica pur di avere il potere, il che sarebbe stato la definitiva catastrofe della politica e il suicidio del suo partito. Aveva ragione Di Maio a tener fede al patto stipulato con Salvini, perché era lo stesso patto o “contratto” appena promesso agli italiani.””

Tutti avevano ragione, ma spinti da un destino cieco hanno provocato un disastro. Ed è curioso che il Presidente della Repubblica, avendo impedito la nascita di un Governo fondato sulla maggioranza parlamentare per timore del giudizio degli operatori economici e finanziari, non si sia reso conto di aver egli stesso lanciato l’allarme ai mercati finanziari, ipotizzando che nel progetto politico del nuovo esecutivo ci fosse l’uscita dall’Euro, sebbene non contemplato dal programma comune. Infatti, il giorno dopo l’affondo del nuovo governo, si è scatenata la speculazione finanziaria internazionale perché i mercati si sono allarmati, dal momento che lo spettro dell’uscita dell’Italia dall’Euro (evento per altro impossibile) è stato evocato al massimo livello istituzionale. E l’azione punitiva del “mercato” è stata prontamente rivendicata dal commissario europeo al Bilancio, il tedesco Gunther Oettinger, il quale ha dichiarato: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”.

Anche noi non siamo soddisfatti del risultato uscito dalle urne del 4 marzo, ma non crediamo al valore educativo dei mercati finanziari; al contrario riteniamo che è il mercato che deve essere governato,  come ci suggerisce un documento pubblicato in questi giorni dalla Congregazione per la dottrina della fede “Oeconomicae et pecunariae questiones”. È un testo difficile per i non addetti ai lavori, ma sarebbe bene che gli addetti ai lavori lo leggessero, perché dice che se ne può parlare, che il controllo della finanza si può fare, che le ricette ci sono, magari si possono discutere e preferirne altre, ma le “cose pecuniarie” non sono un tabù, non sono l’arca dell’alleanza, non sono il dogma trinitario; del denaro, dell’euro, della finanza, del rapporto fra economia e politica si può discutere: è questo il rovello della politica.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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