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La Valle del Salzola tra storia e futuro, il convegno a San Potito

Nasce dalla volontà di riprogettare gli spazi, nella consapevolezza di ciò che storicamente si è sedimentato nei territori, di valorizzare la memoria della comunità, dall’antica ramiera all’opificio, guardando al futuro il convegno dedicato a “La Valle del Salzola tra storia e futuro”, a cui è dedicato l’ultimo numero dei Quaderni del Museo del Lavoro, in programma il 18 luglio, alle 17, in Contrada Ramiera a San Potito, promosso dall’Associazione Amici Museo del Lavoro in collaborazione con l’amministrazione comunale. A portare il proprio contributo alla riflessione, introdotta dal sindaco Riccardo Porfido e dal presidente dell’associazione Amici del Museo Giuseppina Porfido, il professore Giuseppe Moricola dell’Orientale di Napoli, Rizieri Buonopane, presidente della Provincia, Luca Beatrice, presidente del Gal, Maria Teresa Fontanella, sindaco di Sorbo, Faust Picone, sindaco di Candida, Luigi Cella, sindaco di Salza. Saranno presenti Donatella Porfido, Antonio Tagino, Carmine Musano, Annino Acone che hanno contribuito al numero dei Quaderni Irpini. Punto di partenza della riflessione la Valle del Salzola, uno degli affluenti più importanti del Fiume Sabato che nasce sulle pendici dei colli dell’alta Irpinia diramandosi nei territori a valle, in particolare tra Salza Irpina e San Potito Ultra. Anticamente le sue acque venivano sfruttate per alimentare i mulini degli opifici e delle filande situate sulle sue rive.

“Si era partiti – si legge nella presentazione del numero dei Quaderni – con una idea progetto di una parco fluviale; si è proseguito con l’acquisizione al patrimonio pubblico della vecchia Ramiera e con alcun primi interventi di recupero di quell’immobile. Si è continuato con gli interventi di risanamento idreogeologico del Salzola e poi con la costruzione della linea fognaria in quell’area. Ed ora, quasi a chiudere un ideale circolo, si sta procedendo alla redazione del progetto esecutivo, per una cifra stimata in oltre due milioni di euro, di totale recupero dell’Opificio della Ramiera e di tutte le aree di sua pertinenza. Nel frattempo, tante attività culturali, tanti interventi conoscitivi sulla flora locale, tante occasioni per condividere con molti altri la bellezza del luogo. Siamo giunti fino a qui, ben consapevoli che non possiamo fermarci e altre e più impegnative tappe ci attendono. Ma proprio perché consapevoli del lavoro a farsi, abbiamo ritenuto utile a questo punto, mentre siamo in procinto di far ripartire anche la bellissima storia del Museo del Lavoro restituito a nuovo e più adeguato decoro architettonico, fare il punto del cammino già fatto. Il volume è la carta di presentazione di uno sforzo collettivo non estemporaneo né tanto meno frutto di un agiografica memoria antiquaria dei luoghi. Al contrario è la testimonianza evidente di un investimento nel tempo per la promozione e valorizzazione territoriale che
intende proseguire e ulteriormente qualificarsi nelle prospettive e nelle sue reali opportunità di sviluppo”. “.

Molteplici i punti di vista scelti per raccontare il territorio, da quello di Antonio Tagino che anche per motivi universitari, giovanissimo, si era interessato alle architetture dei manufatti economici esistenti lungo il tracciato del torrente, presentandone successivamente i risultati attraverso la mostra “L’acqua
che lavora” allo studio di Donatella Porfido che come responsabile del Centro di Educazione Ambientale che prende il nome proprio dal Salzola,  ha illustrato la qualità delle bellezze paesaggistiche e naturali della piccola valle.  Fino all’analisi di Giuseppe Moricola che da amministratore locale aveva avviato il percorso di valorizzazione del giacimento di archeologia industriale della vecchia Ramiera, un impegno che è proseguito con le competenze dello storico interessato al coinvolgimento della Associazione italiana per il Patrimonio Industriale (AIPAI).

Tagino offre uno spaccato delle attività manifatturiere che esistevano all’inizio dell’800 lungo il fiume Salzola, mulini, ferriere, cartiere, gestite però in modo artigianale. “Il salto di qualità – scrive Tagino – si ha dopo la dominazione francese, ad opera soprattutto della famiglia Salvi. La famiglia Salvi, particolarmente esperta nel campo delle industrie siderurgiche, aveva tenuto sempre in fitto gli opifici dei Caracciolo di Atripalda, di Serino e di Giffoni Valle Piana. Nicola Salvi per sottrarsi all’egemonia dei Caracciolo, progettò e realizzo nel 1841 una ferriera nella sua proprietà di Campo Salvi, nel territorio di San Potito, vicino al Salzola, dove a poca distanza esistevano già una antica ferriera, già in stato di abbandono, e due mulini”. L’autore ricorda, inoltre, come “Il complesso idrografico che caratterizzava la valle del Salzola, malgrado le modeste dimensioni del torrente, grazie ad un progressivo ed intelligente intervento dell’uomo, venne strutturato in un sistema da permettere una efficiente e razionale utilizzazione delle acque a scopo sia irrigativo che industriale. A partire dai secoli XVI-XVII fino a tutta la
prima metà del XIX assistiamo ad un periodo d’oro per gli opifici: mulini, ferriere, gualchiere, ma anche attività indotte quali armerie, forni, maccaronarie, venivano impiantati, soppressi o trasformati con una dinamicità degna delle migliori società industriali del tempo”.

Una valle del Salzola piombata nel silenzio negli ultimi anni “Molti dei suoi manufatti si sono consegnati all’incuria. Diversi fattori hanno concorso a questo esito. Innanzitutto quelli climatici con le
alluvioni che, data la pendenza del corso del fiume, hanno a più riprese devastato le case e gli opifici. Un altro colpo fu inferto dalla mancanza di commesse da parte dello Stato e da una maggiore concorrenza dei prodotti delle più moderne fabbriche del Nord, l’una e l’altra determinata dalla politica liberista intervenuta dopo l’Unità d’Italia. Un successivo e decisivo scossone alle industrie che utilizzavano l’acqua del Salzola fu dato dalla costruzione dell’acquedotto di Napoli che captando l’acqua ridusse la portata d’acqua del fiume che non fu più sufficiente ad alimentare le varie attività. Infine, l’isolamento dell’Irpinia dalle nuove linee di traffico ferroviarie definì il progressivo abbandono delle attività fino ad allora in funzione in questi luoghi”.

“Una iperbole che giunge al suo punto estremo – scrive Moricola – con l’omicidio in circostanze misteriose del suo ultimo proprietario, “ramaio” di larghe vedute ma di scarse risorse, finito vittima dell’usura nel generoso tentativo di riportare all’antico splendore l’antica contrada di fabbrica. Il sequestro giudiziario del complesso stende una coltre di silenzio laddove per per più di un secolo i ritmati e possenti ritocchi dei magli ne avevano scandito i tempi di vita. I ritmi lenti del mondo rurale hanno ripreso il sopravvento, mentre il Salzola si ritira, per le consistenti sottrazioni d’acqua da parte della locale azienda consortile dell’Alto Calore, in argini sempre più ristretti, testimonianza appena percettibile, insieme ai ruderi conquistati dai rovi e dall’incuria, di un tempo passato. L’acquisizione dell’antica ferriera al patrimonio comunale è l’unica chance rimasta per non consegnare all’oblio finale
quella storia. È una sfida aperta, fin qui affrontata con grande piglio progettuale da parte dell’ente locale, con l’obiettivo di restituire la fiducia nella territorialità assumendo, come sottolinea Massimo Preite, la scala del paesaggio come dimensione irrinunciabile di ogni progetto di recupero e di valorizzazione delle antiche testimonianze industriali. Come il concetto di ‘embeddedness’ nella business history spinge a riconsiderare il peso dei contesti culturali, sociali e politici e ambientali nella organizzazione dell’impresa, allo stesso modo la categoria unificante del paesaggio può offrire alla archeologia industriale la formidabile opportunità di essere il ponte per una più complessa operazione di archeologia
della memoria che non imbalsami il reperto industriale in una visione monumentale ma lo trasformi, con mirate e sostenibili forme di riuso, in una sentinella significativa dei processi di trasformazioni del territorio”

Sono Annino Acone e Carmine Musano a soffermarsi sull’ultima sfida del recupero dell’antico opificio “Il lungo percorso progettuale avviatosi con l’acquisizione della Ramiera e delle sue pertinenze al patrimonio pubblico trova ora un approdo nel progetto di recupero e messa in sicurezza dell’antico opificio e delle aree di più diretta pertinenza del manufatto. La progettazione acquisita agli atti del comune e finanziata con uno specifico contributo ministeriale (90 mila euro), infatti, prevede le opere, tutte necessarie ed indispensabili, a conferire all’immobile ed alle aree circostanti e di pertinenza, le migliori condizioni di fruibilità e godimento, anche al fine di un probabile impulso turistico dell’intera area. I lavori previsti, infatti, tendono ad esaltare il carattere di giacimento di archeologia industriale
del manufatto, arricchendola con una destinazione museale assolutamente esplicativa e rispettosa delle attività manifatturiere che vi hanno trovato sede nel tempo….saranno restaurate tutte le attrezzature presenti ed in particolare i due magli di cui uno verrà rimesso in funzione mediante la sostituzione del motore elettrico. Allo stesso modo per restituire alle antiche sembianze i muri perimetrali esterni si procederà alla spicconatura degli intonaci per riportare alla luce l’antico paramento murario in tufo
a faccia vista”

 

 

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